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Tre per una

Tre per una

Anni prima, in un ranch dell’Arizona, il ventenne Stuart Stu Newell ha stretto forte un asciugamano intorno al collo del padre Luis, dopo che lui gli ha confessato di aver ucciso la moglie Katy (sua madre) dodici anni addietro e mentre stava cercando di picchiarlo ancora, trattarlo come sempre da schiavo. Anni dopo, a Roma, Stuart conosce Ursula Graziani e forse nasce un vero amore. Lui ha ormai quarant’anni, alto ed elegante, sta vivendo bello e ricco nella capitale italiana, uccidendo spesso; non è riuscito più a smettere, percepisce sempre il padre accanto e gli racconta tutto con rabbia, pensa spesso pure alla madre; ogni volta va meglio, sente il sangue che pompa; ha torto il collo prima anche a un bastardo del carcere minorile dove era stato sbattuto (dato per suicida), poi a tanti che ha via via incontrato; seduce le vittime e poi sistema i cadaveri in salotto, seduti sul divano, vestiti con capi di alta sartoria, pettinati e truccati, non lascia tracce, lo chiamano il fashion killer. Lei gestisce un’oreficeria a Prati (ci va in scooter), è un orafo 46enne, orfana di mamma da adolescente, facoltà di Psicologia lasciata dopo un anno, seno grande e occhi blu, separata dallo psichiatra strizzacervelli Marco Fiore (con l’incipiente passione per il poker), convivente a Testaccio del figlio 16enne Giovanni (invaghito della maggiorenne Rosy), amante del medico ortopedico Luca Parisi (conosciuto all’ospedale San Giovanni, dopo un incidente). Stuart cerca orecchini ed entra in negozio, poi la invita fuori per un drink; bevono due calici di rosso al bar di Nico vicino al negozio, è subito attrazione fisica, tornano in oreficeria e fanno l’amore sul pavimento in legno; lui è sorpreso perché, questa volta, lei la vuole viva. Un po’ per caso, un po’ per necessità scoprono e temono le reciproche identità. La passione incombe, il cerchio si stringe, non pochi altri dovranno morire. O partire.

La psicologa romana Roberta Palopoli è al secondo romanzo. La narrazione è molto spezzettata, a tratti in prima al presente (spesso in corsivo) con il folle determinate leale protagonista maschile in azione; a tratti in terza varia al passato, soprattutto sulla pressata protagonista femminile ma anche su tutti gli uomini che lei ha intorno (l’amante, l’ex marito, il figlio, l’amico barista), le loro pulsioni e affannate relazioni alle prese con “i crimini di Stuart Newell” (da cui il sottotitolo). Ne risulta una certa confusione, pratica e psichica, magari ricercata consapevolmente, pure curata in alcuni dettagli, ma non meno urticante. I capitoli brevi, le azioni continuamente interrotte, la sceneggiatura sincopata rendono complicata la lettura, senza il corrispettivo di passioni credibili o credibilmente incoerenti. Forse siamo tutti attori drammaturgicamente così sempre alla rinfusa, forse siamo tutti pazienti psicologicamente così sempre singhiozzanti. Forse. Certo, non è un giallo propriamente detto: non ci sono indagini poliziesche ufficiali né strategia o movente criminale, il turbato killer agisce indisturbato e soddisfatto, ogni tanto ne parlano solo i giornali, oppure chi li legge e commenta. Diciamo che si tratta di una terapia sentimentale noir, con innumerevoli simboli nei deliri del reciproco innamoramento. Il primo romanzo dell’autrice s’intitolava Mater dolcissima e si occupava della borghesia romana (2018), qui il cuore sta nel rapporto malato padre-figlio e nella scoperta malata del dolce universale amore, vedremo il seguito.