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Tredici lune

tredicilune

Elsa è arrivata da due giorni. Ale ha comprato la tisana al mirtillo, quella che le piace tanto, così finalmente potranno provarla insieme. I dati sono preoccupanti, aumentano i contagi, Elsa gli chiede se davvero secondo lui chiuderanno tutto. Lui le porta la tisana a letto e le mente, sa di mentirle. Bisogna rimanere razionali, spiega, non succederà, “non c’è un interruttore per spegnere l’Italia come se fosse la luce del bagno”, la nostra è una società complessa, non si può bloccare tutto così. Sabato Elsa ha ricevuto una telefonata dalla madre, molto preoccupata per la situazione al Nord. Ora è domenica mattina. Elsa ritiene che in caso di chiusura sarebbe molto più sicura lì, al Nord, ma deve proprio tornare a casa. A Napoli ci sono i suoi genitori, sono anziani e lei è figlia unica, non può lasciarli soli. Fanno i biglietti del treno senza problemi. Parlano, parlano tantissimo. Hanno parlato molto al telefono nell’ultimo anno, sono stati troppo poco insieme, nello stesso spazio. Fanno l’amore per l’ultima volta, si fa tardi. Elsa indossa il vestito blu, il preferito di Ale, lascia un paio di maglioni nell’armadio per chiudere meglio il trolley. Ale le prepara un sacchetto con frutta, cracker e lo yogurt greco che ha comprato apposta per lei. Raggiungono la stazione in scooter, per strada c’è pochissima gente. Attendono su una panchina, si baciano, senza pensare al virus, al rischio di infettarsi. Si salutano, niente addii à la Casablanca. Tornando a casa Ale fa una deviazione, si ferma al cimitero. Lava la tomba di suo padre, è tanto che qualcuno non la puliva e chissà per quanto non potrà andare se chiudono tutto. Elsa gli scrive su WhatsApp, non ha trovato posti singoli liberi sul treno. Ha messo una sciarpa sul viso come protezione…

2020. L’anno della pandemia globale. Un anno che sarà ricordato in futuro come un funesto, fondamentale spartiacque storico. Un anno, il 2020, con tredici lune. Cosa ciò significhi lo spiegano i titoli di coda del film Un anno con tredici lune (1978) del regista tedesco Rainer Werner Fassbinder: “ogni settimo anno è un anno lunare, in cui un numero particolarmente elevato di persone soffre di depressione. Quando un anno lunare è anche un anno con 13 lune nuove [...] si verificano tragedie personali”. È da questa suggestione che prende le mosse Alessandro Gazoia, editor e saggista, qui al suo esordio narrativo, per raccontare la sua versione di quest’anno extra–ordinario. O meglio, la versione di Ale, il suo protagonista, di professione editor. È l’inizio del 2020, Ale ha da poco intrapreso una relazione con Elsa. I loro corpi hanno appena iniziato a conoscersi, le nuove abitudini a stabilirsi. Ed ecco, da un giorno all’altro, esplodere la pandemia. Uno sconvolgimento inaspettato, netto, subdolo, che si insinua sotto la pelle, in una quotidianità mai davvero messa in discussione. L’immobilità forzata dà spazio e voce a preoccupazioni, nevrosi, ipocrisie, ossessioni, ansie, speranze, fomenta paure sconosciute, impone di ripensare il concetto stesso di normalità, il peso del termine “distanza”. È una narrazione pacata e a tratti irrequieta, quella di Gazoia, che spesso si disgrega in accumulazioni e ragionamenti laterali, in intuizioni talvolta ovvie talaltre brillanti, in brevissime ciniche micronarrazioni – le Microdemie che il protagonista scrive durante il periodo di lockdown. Che apre interessanti spiragli sul mondo editoriale, tra covid books, progetti sfumati, “cospirazioni” libresche. Il resoconto di Ale coglie tutta l’inquietudine dell’andare alla vera foce dei bisogni primari e della nostra apparente indipendenza – non bastano due buchi nel muro per avere l’elettricità –, la frustrazione, la solitudine, le parole che perdono significato e ne acquistano uno nuovo, forse più profondo, non più confortante. Una nuova dimensione da colmare come si sa, come si può, astraendosi e distraendosi, alla costante ricerca di uno sbilenco equilibrio tra fare, non poter fare, desiderio di fare. Tra non più, non ancora, in futuro, forse, chissà. Il rischio, ancora vicini all’esperienza, di mettersi a “inseguire le ambulanze” c’era, ma Gazoia lo evita. Tredici lune non è un romanzo sulla pandemia. È il racconto di una convivenza spaesante, uno spicchio di realtà restituitaci da una voce sincera, lucida. Non sensazionale, ma veritiera. Gazoia sceglie di raccontare le “cose tanto vere e scontate” che tutti, in modi differenti, abbiamo incontrato in questo lungo, strano anno. Le mostra e le disseziona, strane e familiari, distanti e vicine a un tempo, senza mezzi termini, rendendo evidente come tutto sia cambiato nel profondo, ma anche come, in alcuni casi, nulla sia cambiato. Purtroppo, per fortuna? Si vedrà.