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Treeline - L’ultima foresta e il futuro della vita sulla Terra

Treeline - L’ultima foresta e il futuro della vita sulla Terra

Emisfero boreale. Ultimi dodicimila anni (circa). Gli alberi antichi sono fonte di meraviglia, profughi di un’altra era con un ciclo vitale molto più lungo di quello umano. I loro areali sono il risultato di cicli planetari geologici, climatici ed evolutivi incredibilmente lunghi. A partire dal Pliocene, tre milioni di anni fa, quando l’esplosione delle piante ha rinfrescato l’atmosfera fino al livello di equilibrio attuale, le ere glaciali hanno interessato il pianeta circa ogni centomila anni. Il Polo Sud è un’isola, i ghiacci nell’emisfero australe sono più rari. Da noi si sono estesi e ritirati ritmicamente e la massa verde con loro, migrando in senso opposto. La fine dell’ultima era glaciale risale a un po’ più di diecimila anni fa, per l’orologio del pianeta è questione di qualche secondo. Dopo la ritirata dei ghiacci gli alberi hanno riconquistato terreno verso Nord nel nostro emisfero, fino alla cosiddetta Treeline, “linea degli alberi”, quella in cui alcune specie (come i tassi in Scozia) crescono floride in ambienti marginali, in terreni inospitali e poveri di nutrimento, in un ecosistema prossimo a quello ghiacciato. Le condizioni di crescita sono limitate sia dall’altitudine (sulle colline o sui fianchi di una montagna) che dalla latitudine (verso i poli), e sono legate soprattutto al contesto vitale, alla disponibilità di terra, a sostanze nutritive, luce, anidride carbonica e calore. Man mano che il ghiaccio si ritira, gli alberi lo seguono lentamente, mettendo radici in terreni poveri, facendo la fotosintesi, perdendo gli aghi e poi morendo, fino a creare il suolo ricco e fertile della Terra, gettando le basi degli habitat di tutte le altre specie viventi. La foresta boreale copre un quinto del globo, il secondo grande bioma dopo l’oceano, e contiene un terzo di tutti gli alberi terrestri. Ora lo sconvolgimento è in corso, i cambiamenti climatici antropici globali stanno provocando effetti irreversibili...

Il giornalista e scrittore inglese Ben Rawlence (1974) è stato a lungo reporter di migrazioni umane forzate, in aree di violazione dei diritti umani, di conflitti civili e guerre internazionali. Vive con la famiglia in Galles, dove ha fondato il Black Mountains College, dedicato allo studio dell’emergenza climatica e ai modi in cui affrontarla. E proprio dal suo Galles parte nel prologo del nuovo bel saggio documentario: Llanelieu, 52° 00’ 01” N. Anche ognuno dei successivi sei capitoli indica la latitudine della località d’inizio del percorso geografico e scientifico verso il sole che sorge, da ovest verso est, fra comunità biologiche e umane del larghissimo “confine” fra vegetazione e ghiaccio. La linea degli alberi è composta da una manciata di specie, un club vegetale esclusivo, i segni distintivi delle terre settentrionali. Si tratta di tre conifere e di tre latifoglie che si sono evolute per sopravvivere al freddo, ognuna capace di impossessarsi di un segmento della linea, prevalendo sulle altre e creando ecosistemi unici (alcuni sapiens accanto a loro): il pino silvestre in Scozia, la betulla in Scandinavia, il larice in Siberia, l’abete in Alaska e, in maniera minore, il pioppo in Canada e il sorbo in Groenlandia. È lì che bisogna guardare per capire cosa resterà dopo le grandi trasformazioni in atto oggi sul pianeta. Fra migliaia o forse milioni di anni, quando la Terra si sarà di nuovo raffreddata, le specie che strisceranno fuori per ripopolarla saranno probabilmente quelle endemiche della foresta boreale. Quando gli esseri umani non saranno più che fossili queste tenaci specie del Nord saranno ancora in piedi e in movimento. Oggi, comunque, non se la passano tanto bene, il viaggio è istruttivo.