Salta al contenuto principale

Tremalume

tremalume

Ha ancora senso comporre poesie post res perditas? Le cose perdute sono le illusioni, le speranze, gli slanci accumulati nel corso di un tragitto esistenziale percorso attraverso ambienti a stento ora riconoscibili nel ripiegamento sbiadito del tempo: “Con quanta grazia stinge / la vita che si cerca e che si sfa, / con quanto orrore”. Il poeta appare persuaso che tale patrimonio, dilapidato o anche solo smarrito e in ogni caso rimpianto, vada comunque recuperato e custodito mediante lo scatto di una fiducia e di un impegno che rinnovino “la fragile utopia che non finisce”. Di tra le ombre del passato e le ansie del domani, l’esplorazione e la ricognizione del paesaggio sente che servono a riassaporare quel puro slancio verso la vita che essa stessa cancella in noi ogni giorno: “Selci, pietre scheggiate. Affossamenti / impercettibili della crosta terrestre. Qui riposa / nascosto un sogno, forse, o cova / una memoria rimossa. Licheni, frammenti / di mani sulla roccia, desideri”. Quanta persuasione interiore in quell’incedere che non si stanca di cercare nel paesaggio, pur sepolto tra macerie sempre nuove, che in altri minaccerebbero l’esisto felice della creatività poetica, almeno un simulacro di speranza: “Si va con pochi vivi e molti morti /come tutti nel tempo / per colline che sfumano in nebbia / un giorno risaliremo la valle innominata”…

Gli occhi che osservano il panorama stravolto di un mondo in frantumi, ormai in preda al dissesto e alla distopia, appartengono a Fabio Pusterla, noto poeta e traduttore, docente e critico letterario elvetico di lingua italiana, che vanta al suo attivo un nitrito curriculum di libri e di premi. Tenuto in vita dalla luce tremula di un bagliore di speranza residua, il suo sguardo curioso e disponibile coglie preziosi dettagli e richiami interiori. Egli non perde mai di vista poche ma essenziali verità che non sono né metafisiche né morali, ma più semplicemente umane. I suoi versi danno l’impressione di proteggere le sue certezze, di tenerle al caldo, in un punto centrale, irraggiungibile e malinconico della sua persona. La sua poesia, dal tono intenso e fortemente evocativo, è frutto di una raffinata creatività che consegna alla scansione dei versi la funzione di recuperare visioni e sapori di luoghi e tempi che, incarnando segni diversi e differenti suggestioni, sembrano ancora voler resistere alla spinta inarrestabile di una deleteria e artefatta modernità. Dalla somma delle componenti in cui si articola questa nuova raccolta emerge la figura di un poeta che, pur incarnando la figura errante di un ricercatore spaesato, suscita in noi una riflessione sul concetto d’identità capace di riordinare la sua e la nostra confusione interiore. Capace di condurci - tra sospensione e turbamento, incanto e respiro - a danzare con garbata naturalezza sull’orlo degli oscuri presentimenti del periodo, finché la luce vacillante non si spenga.