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Trieste è un’isola

Trieste è un’isola

A Vincenzo Tagliente, quarantatreenne di Casavatore, Napoli, Trieste piace assaje. Ex agente sotto copertura, “messo in disparte per una vicenda poco chiara che mo non mi va di spiegarvi”, era stato destinato in quella città così diversa, al Nord, solo per tre mesi. Sono invece passati tre anni, piacevolmente. Per lui Trieste, relegata ai confini dell’Italia, è un’isola e i suoi abitanti degli isolani manifestano i tratti caratteriali migliori: unici e soli, misteriosi eppure affabili. Certo, hanno usi e costumi curiosi. Forse anche per questo Tagliente a Trieste non si annoia. Abituato a ficcare il naso, osservatore abile a mimetizzarsi, trova rapidamente un caso interessante sul quale indagare. Località: Padriciano, l’ex campo profughi che aveva ospitato, dagli anni Cinquanta e per quasi due decenni, gli italiani esuli dall’Istria, dai territori passati sotto il controllo jugoslavo. Là tutto ha ancora l’aspetto di un luogo abbandonato appena un quarto d’ora prima. Vincenzo quel dramma lo percepisce fino a vederlo, si emoziona, ma stenta a sentirlo dentro. “Invece avrei voluto afferrare tutto, sapere tutto, precipitare in quel mondo che in parte mi ricordava le situazioni di disagio dei vicoli napoletani, la carnale promiscuità, emozioni di adrenalina”. Mentre riflette, una signora si stacca da uno dei gruppi delle visite guidate e va a sedersi accanto a lui. Comincia un racconto in una lingua bizzarra che mescola il sonoro dialetto triestino con l’inglese d’America, qualche parola spagnola, forse ritenuta italiana. Vincenzo, suo malgrado, l’ascolta e raccoglie da lei una confessione: “My personal story is terrible”. Spronata a confessare, tra i singhiozzi, Anna Costorici - questo il nome della straniera - sospira: “Violentate, tutte violentate”…

La “prima e involontaria indagine” del protagonista di questo libro inizia quasi come un cold case. Anziché un caso di cronaca nera irrisolto, Vincenzo Tagliente si trova a indagare nei meandri della Storia. Di un particolare periodo della Storia che pochi conoscono davvero. Tutto è filtrato dai ricordi dolorosissimi, indicibili di una misteriosa figura femminile. La vicenda svela all’ex agente segreto le diverse anime di una comunità di confine, enigmatica, con un passato pesante non completamente alle spalle. Di questa vicenda la leva narrativa è senz’altro questo Tagliente, personaggio attraversato da molteplici sfumature, una specie di alieno, o apolide, che - chissà come mai, ma per la fortuna del lettore - si lascia trascinare dentro un pozzo nero di traumi e violenze che dal passato riecheggiano ancora, e altrove. Non solo Trieste, ma soprattutto Trieste. Attraverso lo sguardo del napoletano ci addentriamo in una città che sta vivendo un nuovo appeal e che, sempre e in chiunque, è capace di stupire e suscitare domande. Come Tagliente, anche Francesco De Filippo ha origini napoletane e oggi vive e lavora in quel luogo di confine. Le affinità finiscono qui. Ritroviamo, però, anche in questo romanzo la sensibilità dello scrittore alle prese con una nuova sfida letteraria, con un inedito scenario che richiede coraggio e maestria. Trieste è un’isola non presenta molte similitudini con l’ormai classico giallo all’italiana, da Camilleri in giù. Adotta piuttosto un plot poliziesco per un’indagine sull’animo umano e sulle risorse più autentiche dell’uomo, come Simenon ha insegnato.