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Triora - La prima indagine del commissario Aurelio Armato

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Triora, quartiere Cabotina, 1587. Isotta Stella ha quasi settanta anni, ma non conosce la sua età esatta. Ama Triora, la sua gente, i tramonti, le montagne, i boschi. La domenica sempre tutti in chiesa, ora più che mai, visto le troppe e numerose azioni del demonio, tra la siccità e un lupo che fa strage di bambini e animali. Dal pulpito in questa domenica parla Girolamo del Pozzo, arrivato da Albenga e guerriero della Provvidenza. I fedeli dapprima lo seguono con partecipazione, ma poi il suo discorso li mette a disagio. Isotta respira a fatica, si sente mancare: il discorso del prete è inaudito e sconvolgente... Milano, quartiere Casoretto, 31 ottobre 2020. Aurelio Armato si accompagna al suo fedele sigaro. Al commissario di Polizia piace tenerlo in mano anche spento e magari accenderlo più volte con il suo accendino. Per la verità ha anche altre passioni: lo scotch e il Bailey’s. È a casa, fuori si sta scatenando un temporale furioso. Chissà cosa sta facendo Sophia? È sua figlia, una bimba timida che voleva fare la ballerina e che ora è una bella liceale, alta e bionda, che lega poco con la mamma ma ha un bellissimo rapporto con il papà, al quale racconta sempre tutto, anche delle sue prime canne. Con la mamma di Sophia sono divorziati e ora Aurelio deve sempre considerare le confidenze della figlia prima di parlare con lei. Stasera è preoccupato: Sophia si è sempre approfittata della sua tenerezza e del suo amore e per l’ennesima volta se lo rigira come vuole, con questa idea del “compleanno dell'orrore 2020”. I suoi 18 anni sono recenti, appena dieci giorni fa e ora è pure Halloween. Unendo le due occasioni Sophia gli ha chiesto le chiavi della casa di Triora. Non serve a niente appellarsi alla paura del Covid-19 e alle restrizioni dei movimenti tra regioni: Sophia è informata e pronta a ribattere. La casa dei suoi a Triora è ormai sfitta da mesi: in che stato si trova? Aurelio non lo sa, non ha mai amato quel posto. La notifica che gli arriva sul cellulare gli fa pensare che siano finalmente notizie di sua figlia, invece è l’ex moglie Wendy che chiede se ha sentito Sophia...

Si arriva alle ultime pagine con il cuore in gola, senza un attimo di respiro, un evento dietro l’altro. E il bello è che non ci si aspetta mai quello che in realtà poi succede. È giusto il confronto continuo con quanto successe nel paese intorno alla fine del Cinquecento, con i processi sommari in cui solo le donne, le streghe, venivano giudicate per atti non commessi, in cui bastava un uomo infastidito da un atteggiamento, una risposta, un rifiuto per appellarsi alla giustizia divina e al giudizio dell’Inquisizione. Sì, ha ragione Alessandro Venuto, in fondo anche oggi è così, perché si deve essere fortunate ad avere un atteggiamento fuori dal coro senza incorrere nei giudizi sommari degli altri, perché la libertà ha pur sempre dei vincoli che spesso e volentieri non sono quelli del rispetto, parola quasi in disuso in questi anni e soprattutto qualità umana che, insieme alla gentilezza, si è andata via via perdendo. Ma senza generalizzare, torniamo all’Inquisizione proposta dall’autore e che miete vittime soprattutto di genere femminile. Il paragone sembra azzardato, ma, a pensarci bene, nemmeno troppo: tutta la violenza sulle donne, i cosiddetti femminicidi, hanno una radice comune di odio come quella verso le presunte streghe da parte dell’Inquisizione. Ed è corretto quel brivido che corre lungo la pelle: siamo convinti della nostra modernità, ma in realtà sono pochi ad aver superato il gap. Bravo l’autore a non darci tregua tra le pagine del suo romanzo e, al tempo stesso, a lasciarci il tempo per riflettere su questi nostri tempi cosiddetti moderni.