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Troppo amore

Troppo amore

Lavora nello stesso dipartimento da oltre quindici anni, ma non è ancora riuscita a ottenere una segretaria personale. Ecco perché è Lorena, che divide il suo tempo tra lei e il suo collega Julián, a passarle la telefonata, avvisandola che si tratta di Jaime Gonzáles. No, non può essere lui. Non può essere quel Jaime. Si tratta sicuramente di un omonimo. Forse è quel ragazzo uruguayano che le ha portato una tavola talmente ben fatta, che lei ha insistito perché il giovane tenesse per sé e non mettesse all’asta. Oppure si tratta di quel parvenu galiziano per cui ha seguito l’acquisto di uno specchio veneziano. O forse è un nuovo cliente. Chissà. Può essere chiunque, ma non quel Jaime che ha accompagnato un lungo tratto della sua vita, pensa mentre si porta la cornetta del telefono all’orecchio. E invece è proprio lui, l’uomo che ritorna dall’altra metà del tempo e della memoria. Poche battute, nelle quali si scambiano informazioni di routine: lui ora insegna disegno alle Belle Arti di Valencia. Ci ha provato a dipingere, per qualche anno, ma nulla. Non se ne è fatto nulla. La voce di Jaime è strana. Si capisce che c’è qualcosa che non va, di qualsiasi cosa si tratti. Poi, finalmente, lui le chiede se ha letto il quotidiano. Jose non è riuscita ancora a leggerlo tutto. Non ha avuto tempo. Ecco perché ancora non sa che Marcos è morto. Si è suicidato. Si è sparato con la pistola del padre. Jaime è stato informato dall’ex moglie di Marcos e, appena avuta la notizia, ha pensato che fosse assolutamente necessario avvertire anche lei. Marcos, Jaime e Jose sono stati, anni prima e per parecchio tempo, un terzetto inossidabile. Jose conosce i due ragazzi quando, a vent’anni, sta frequentando il quarto anno di specializzazione in pittura. Jaime ha la capacità di riprodurre figure celebri - una madonna di Raffaello, una ballerina di Degas, una tahitiana di Gaugain - con una tale accuratezza da scambiarle per lavori originali. Marcos, invece, realizza lavori profondi, violenti e commoventi...

Almudena Grandes - scrittrice spagnola, scomparsa nel 2021 dopo aver lottato contro un tumore, che deve la sua fama soprattutto al suo romanzo d’esordio, Le età di Lulù - sceglie di raccontare una volta ancora l’universo delle emozioni. E lo fa partendo da una delle più classiche situazioni: un triangolo amoroso, tre giovani vite precarie che trovano nel numero tre, appunto, l’equazione perfetta. Una donna dai lungi capelli, due uomini - uno volitivo e uno fragile -, vent’anni e un amore dispari che si fa perfezione. Un amore inossidabile e felice tra arte e sesso. Ma il tre, si sa, è un numero dispari. Ed ecco allora che, come un castello di carte soccombe alla furia del vento, così questo sentimento libero e anticonvenzionale si sfilaccia e finisce per sgretolarsi e per scomporsi. Le tre vite si allontanano una dall’altra e scelgono strade diverse che conducono all’oblio. Occorreranno vent’anni e una telefonata per disseppellire i ricordi e riportarli alla luce; occorreranno vent’anni e una telefonata per comprendere davvero i contorni di un rapporto troppo doloroso e confuso, troppo complicato e rischioso. Troppo amore, tutto qui. È bravissima la Grandes nel raccontare la breve stagione nella vita di ciascuno in cui pare che tutto sia possibile; quel periodo in cui il piacere e la perversione sono innocenti e mai morbosi; quegli anni in cui i protagonisti, mentre si affacciano alla vita, non potrebbero essere, se separati, ciò che effettivamente sono. Arte, sesso, amore e morte sono i quattro capitoli in cui è diviso il romanzo e sono i temi cardine su cui la Grandes incentra il suo racconto. Una storia trista e vivida, una vicenda tormentata narrata con grande perizia stilistica da un’autrice che sa rendere, senza lasciarsi tentare da alcuna forma di erotismo pornografico, la felicità assoluta che si nasconde dietro la scoperta del corpo, una felicità pulita, scevra di qualsiasi forma di gelosia o, peggio, malizia.