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Troppo lontano per andarci e tornare

Troppo lontano per andarci e tornare

Di buon mattino gli addetti portuali effettuano, una dopo l’altra, tutte le procedure per caricare sul piroscafo mercantile “Holy Steam” i componenti, umani e animali, di una piccola comunità circense. È il 31 dicembre 1899, la vigilia del nuovo secolo carico di mille speranze e il circo Au diable Vauvert è pronto a lasciare la cittadina costiera francese di Le Havre per il nuovo mondo, per l’esattezza Buenos Aires, nella lontana Argentina. Al porto la loro presenza non passa inosservata e anche l’equipaggio a bordo è contento e ben disposto ad aspettarsi di tutto da quella massa eterogenea di persone. Alle loro spalle la Francia, dove è nato quel progetto di intrattenimento e magia, capace di donare meraviglia agli occhi di chi è pronto a pagare il biglietto. Si rimane folgorati dalla gioia che il circo riesce a trasmettere: Nounours, Lou, Mardea, perfino la scimmia Chouchou, in grado di sciogliere l’intricato nodo che deve in qualche modo tenerla lontana da quel mondo in costante movimento, quella carovana allegra ed eccentrica. Quegli uomini e quelle donne scoprono che i loro tratti distintivi, quelle caratteristiche di incantata diversità, che in patria scioccavano i benpensanti e stupivano gli spettatori, li avvicinano inesorabilmente agli abitanti di quella città in movimento, quei marinai che, proprio come loro, sono abituati a muoversi spostando continuamente le proprie fragili radici…

“Au diable vauvert” è un’espressione francese che significa che qualcosa si trova lontanissimo, dall’altro capo del mondo, proprio come il viaggio che fa la piccola compagnia circense verso l’America Latina. Il linguaggio è delicato e in alcuni tratti la scrittura di Stefano Di Lauro si fa poetica e piena di immagini delicate e dall’estremo fascino immaginifico. La Parigi descritta, che a fine Ottocento appare trasformata dalle scelte architettoniche haussmanniane che hanno stravolto le certezze dei suoi abitanti, appare affascinante, tanto che potrebbe essere uscita da una dei lungometraggi di Michel Ocelot. Davanti a questa meravigliosa scenografia si muovono le vicende dei personaggi narrati con le loro dinamiche. Come per molte persone che in quegli anni hanno davvero sfidato le intemperie e i viaggi transatlantici per cercare fortuna, anche questo piccolo circo lascia la cosiddetta strada vecchia per costruirne una nuova, in cui far quadrare i conti non è difficile. Sono adeguati alla storia raccontata – seguendo, quindi, lo schema già consolidato della narrazione tipica di questo tipo di romanzo storico, o pseudo-storico – i salti temporali dal giorno della partenza del piroscafo al passato in cui uno per uno, ogni abitante del circo racconta come è venuto a conoscenza di quel luogo o ne è rimasto innamorato.