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Tu

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Piove a dirotto, la notte in cui vengono a prenderti. Te ne stai solo nella tua stanza, ad ascoltare la pioggia battente dopo che tua madre ti ha preparato foglie di vite ripiene di riso, il tuo piatto preferito, e tua sorella il tè. Prima di augurati la buona notte ha aggiunto della legna alla stufa perché l’inverno che è arrivato è rigido. Nella tua stanza ci sono i libri che non compaiono nella lista di quelli proibiti mentre, ben nascosti ci sono gli altri. Tuo padre è lontano con il gregge e mentre sorseggi il tè ricordi l’estate calda, ma ricordi anche che i vecchi saggi del paese avevano presagito che l’inverno sarebbe stato lungo e piovoso e che sarebbero accadute cose tremende. I loro canti parlavano di esilio. “Hay lo dilo! Questa mattina la mia bella gente se n’è andata in esilio. A casa non è rimasto nessuno con cui possa consolarmi. Le pene del mio cuore sono troppe e le notti di dicembre troppo lunghe (..) Avanti, guida. Mettiamoci in cammino. Avanti su, guida! La strada è così lunga…”. Quando nel cuore della notte bussano alla porta, tua madre li maledice in kurmanji, lingua che per fortuna il commissario non parla. Ma, per portarti via, sono sufficienti le poesie in kurdo che troveranno in camera tua e poi quelle di Lorca e gli scritti di Čhecov e, con te, verranno presi molti altri amici. Finirai nella terribile prigione N°5 nella città di Diyarbakir, picchiato e torturato come tutti gli altri, accusato di cospirare contro il governo turco. Ma sarà lì che troverai anche, prigionieri dentro la stessa gabbia, tutti i più grandi intellettuali e politici kurdi, paradossalmente riuniti tutti assieme da chi in realtà vorrebbe la loro disintegrazione. Nella cella d’isolamento, inerme e dolorante, in bilico tra la vita e la morte, hai accanto a te un insetto, la sola creatura con cui puoi parlare e che ti fa compagnia. A lui affiderai i tuoi ricordi, costruendogli un castello con una ciotola lercia. A lui intonerai la canzoncina che tua nonna canticchiava per te: “Caro, caro scarabeo / che strofini le zampette / col tuo bel manto d’argento. / Dimmi, dove vai?”...

La città di Amed, nome curdo di Diyarbakir, situata nel sudest della Turchia, è uno dei tre punti cardine del romanzo Tu e, più in generale, della vita e nella prosa di Uzun. Una città il cui nome cambia in base alla lingua e alle connotazioni che le si vogliono attribuire: l’antico toponimo Amed divenne Diyarbekir sotto l’impero ottomano e poi Diyarbakir sotto il dominio di Ankara. Per Mehmed Uzun (1953-2007), che durante l’esilio svedese pose le basi per la sua scrittura e per questo romanzo, Diyarbekir “è sempre presente, è stata la forza che mi ha permesso di resistere alle difficoltà e ai problemi dell’esilio” e nella quale fa ritorno pochi anni prima della scomparsa. Una città, l’immagine che Uzun ha di essa, che lo proietta verso un tempo sperato e futuro. Il secondo punto cardine del racconto di Tu è la natura, alla quale si legano i ricordi del protagonista e tutto ciò che riguarda il passato e le tradizioni, con i suoi canti, i suoi detti popolari e le leggende del popolo kurdo. Mentre il tempo presente e il terzo punto cardine sono rappresentati dalla prigione, nella quale Uzun viene detenuto più volte durante gli anni Settanta. Una prigione che diventa anche la culla della sua scrittura, il luogo dove egli deve creare per primo la letteratura moderna kurda. “Per capire l’opera di Uzun” scrive Francesco Marilungo, curatore e traduttore del romanzo, “occorre innanzitutto immaginare le condizioni in cui essa è stata concepita e prodotta. Può essere facile immaginarsi scrittori cimentarsi nell’esercizio della scrittura quando si cresce in un ambiente pieno di libri, quando nella propria lingua sono disponibili le opere e i pensieri dei più grandi scrittori. Niente di tutto questo era disponibile per Uzun”. La prigione diventa il luogo della consapevolezza, della scoperta delle proprie radici, dello studio della lingua. “La prigione è come una bella ragazza, cugino. Quando te ne prendi cura, quando la guardi, quando la ami allora inizi a capirla e puoi avvicinarti a lei”, si dice nel libro. Dopo questo primo romanzo, vero primo esperimento di letteratura moderna kurda, Uzun scrive altre opere, una volta aver gettato le basi per le parole degli altri. I suoi romanzi vengono tradotti in svedese, in altre lingue europee e soprattutto in turco e ciò gli permetterà di raggiungere i lettori kurdi, che non sanno leggere nella propria lingua madre. E attorno ad essa il popolo kurdo si ritrova e si riunisce. Perseguitato, incarcerato, esiliato, continua però a parlare, come testimonia Behrouz Boochani, scrittore kurdo in fuga e per sei anni prigioniero sull’isola di Manus, centro di detenzione gestito dal governo australiano, da dove scrive il suo romanzo inviandolo tramite WhatsApp. La letteratura dunque è un appello ai lettori, che aprano gli occhi sulla propria condizione. Perché la letteratura è il mezzo con il quale la lingua conduce un popolo al riscatto, ne spezza l’isolamento.