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Tu che mi ascolti

Tu che mi ascolti

Parma, primi anni Trenta. La giovane Lisetta resta incinta di Mario, giovane ufficiale dell’Aviazione, acrobata del cielo e conquistatore di trofei e di ragazze. Porta avanti da sola la gravidanza caparbia, contro tutti quelli che vorrebbero che abortisse: primo tra tutti Mario stesso, ma anche il Mora, ossessionato dalla bella Lisa, che in più occasioni la esorta a “liberarsene” per riprendersi la gioventù che questa gravidanza le sta strappando. Fa le pulizie nelle case benestanti per campare, non può aspirare ad altro in un’epoca in cui una ragazza madre deve essere punita dalla società. Pulisce carponi i pavimenti con lo strofinaccio e intanto immagina e protegge questo figlio che verrà. Quattro anni dopo la nascita di Alberto, forse per la “fatalità di una amore”, Mario e Lisetta si rincontrano e finalmente si sposano, e riprendono a danzare all’unisono e in sintonia nella vita come alla tangherìa Ballo Gardenia, “col numero sulla schiena durante le gare di tango”. Ma la felicità è effimera, e Lisa si ammala di depressione quando Alberto ha soltanto quattordici anni e si rifugia in un mondo di ombre e vaghèzie, di fughe ed eclissi, di mutamenti improvvisi, murata nelle sue ossessioni...

Con una prosa aulica, Alberto Bevilacqua scrive di un elemento per lui fondamentale: il rapporto con la madre, il sentimento edipico, a tratti scabroso, di una complicità sensuale. Autobiografico, rievoca ricordi senza un filo conduttore che li cucia, ma li accosta, li depone dolcemente tra le mani del lettore sensibile che saprà coglierne la delicatezza. La narrazione è lenta, e Bevilacqua alterna tratti dedicati alla madre come in una lettera e tratti in cui Lisetta diventa invece uno dei personaggi, raccontato e messo a nudo. Impressioni, pensieri, sensazioni, riflessioni, aneddoti: un insieme disordinato di amore e devozione per una madre bellissima e amata da tutti. Egli dalla madre scopre la femminilità e Lisa gliela offre, senza pudori, anche a causa della malattia che la libera da freni inibitori e le permette di vivere il suo corpo con sfrontatezza anche nei confronti di un bambino, “una sensualità non vissuta e accantonata. Priva di ogni tabù”. La malattia porterà Lisa da una clinica psichiatrica all’altra, seguita da vari “illustri psicopompi della psiche” a subire elettroshock tramite “vere e proprie macchine di tortura”, ma sarà l’amore a guarirla, la devozione e l’affetto di un figlio che farà di tutto per strapparla alle sue ombre. I dialoghi sono improbabili, costruiti e surreali, ma in linea con la narrazione a metà tra la prosa e la poesia. Un romanzo complesso, che include frammenti di poesie dello stesso Bevilacqua, ma potente nel suo significato simbolico e da cui esplode prepotente il sentimento di un figlio per la propria madre.