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Tutte chiacchiere - Le voci e i silenzi delle donne italiane di fine Ottocento

Tutte chiacchiere - Le voci e i silenzi delle donne italiane di fine Ottocento

A partire dal 1600 i salotti iniziano ad acquisire una funzione diversa da quella del semplice intrattenimento per nobili annoiati; una tendenza che culmina nell’Ottocento, quando, nei salotti milanesi animati da figure dell’aristocrazia come Cristina Trivulzio di Belgioioso e Chiara Maffei, tra un pettegolezzo e l’altro, una esibizione musicale al piano e la declamazione di una poesia, si inizia a parlare di una Italia libera e unita: si ritrovano patrioti, nascono occasioni di confronto, di arricchimento culturale, si affinano le arti oratorie. Nella società italiana di fine Ottocento, dominata da una visione patriarcale rigida, il diritto di famiglia non consente alle donne di amministrare i propri patrimoni, destinandole così spesso a uomini interessati a sposarle soprattutto per mettere le mani sulle loro doti. A differenza di altri luoghi - caffè, teatri, spazi accademici, frequentati principalmente da uomini -, il salotto, per la sua dimensione domestica, offre alle donne delle classi sociali più elevate - ben istruite, spesso poliglotte - una possibilità di socializzazione e di partecipazione attiva alla vita culturale e politica dell’epoca. È questo il punto di partenza di un cammino di emancipazione che passa per le pari opportunità di istruzione, di accesso agli impieghi e alle professioni, e che vedrà le donne uscire dai confini delle pareti domestiche per iniziare a prendere la parola in pubblico, scrivere su giornali e riviste, dar vita a opere letterarie dirette ad un pubblico femminile sempre più vasto. È stato un cammino lineare? Quali ne sono state le tappe principali? E chi ne sono state le artefici, le protagoniste? Perché le loro opere letterarie sono state in gran parte dimenticate? Sono sempre state voci univoche? Quali sono state le prime voci spiccatamente femministe ad emergere, nel nostro panorama letterario, e in che modo sono state accolte? E come hanno reagito gli uomini di fronte a questa vera e propria marea montante di autrici, giornaliste, scrittrici?

Silvia Falcione, classe 1999, libraia, una laurea in Filosofia, una in Editoria, culture della comunicazione e della moda presso l’Università degli Studi di Milano, esordisce con un saggio appassionato che testimonia un interesse molto più che semplicemente accademico per l’argomento trattato. Lo sguardo dell’autrice si sofferma sui salotti italiani di fine Ottocento, ambienti in cui le donne iniziano, per la prima volta in modo sistematico, a prendere l’iniziativa in ambito culturale, creando veri e propri poli di aggregazione e attrazione ambiti non più solo da membri dell’aristocrazia, ma anche da musicisti, scrittori, giornalisti, intellettuali appartenenti ai ceti borghesi. Fenomeno trasversale in tutta Europa, in Italia i salotti sono fucina del Risorgimento. In quei ritrovi nascono rapporti di amicizia, legami, amori, si parla di cultura, di politica, si gettano i semi per la nascita di giornali e riviste letterarie. È in quegli ambienti che emergono figure come quelle di Maria Antonietta Torriani - pur di origini umili, ben lontane dalla mondanità aristocratica -, moglie di Eugenio Torelli Viollier, fondatore del “Corriere della Sera”, che diverrà famosa con lo pseudonimo di Marchesa Colombi, ed Evelina Cattermole, che raggiungerà la notorietà letteraria come Contessa Lara. Il passo successivo è quello dell’uscita delle donne dai confini degli ambienti domestici: con l’Unità d’Italia nascono scuole riservate alle ragazze, le Società femminili di mutuo soccorso; le donne si affacciano alle conferenze, alle letture pubbliche; nel 1859 la legge Casati introduce la parità d’accesso all’istruzione. Conquistano poi spazio su giornali e riviste: le “penne rosa” firmano rubriche di moda e dedicate al galateo. Per alcune l’attività di scrittura diviene sia un mezzo per acquisire visibilità sociale, sia un modo per conquistare indipendenza economica. Con la crescente alfabetizzazione, pur nel contesto di una società maschilista, prendono piede riviste di moda e pubblicazioni dedicate. Nasce una letteratura “al femminile”, diretta a «signore e signorine oppresse da mille convenzioni, “lacci di costume” e di comportamento», dunque spesso di evasione, eppure spesso in grado di porre all’attenzione delle lettrici elementi di riflessione sulla propria condizione. «In un’epoca in cui l’accesso delle donne all’istruzione superiore, alla vita pubblica e alle professioni era ancora limitato - quando non apertamente osteggiato - l’editoria si rivelò uno dei più fertili terreni d’azione per l’espressione autonoma del pensiero femminile. I libri, i giornali pensati per le donne e realizzati da donne furono strumenti di alfabetizzazione culturale, di presa di parola, di costruzione di nuove identità», scrive Roberta Cesana - Professoressa Associata, docente di Bibliografia e Storia del libro e dell’editoria presso l’Università degli Studi di Milano, nella prefazione al testo. Il saggio incuriosisce circa figure spesso finite in un immeritato oblio letterario, raggiunge un buon equilibrio tra approfondimento analitico e divulgazione, pur scontando qualche ripetizione e alcuni difetti nell’organizzazione del testo, incongruenze che potranno essere meglio precisate con qualche attenzione supplementare in fase di editing nelle prossime edizioni del saggio. A titolo di esempio possiamo citare quanto si può rilevare nel capitolo dedicato all’ambiente dei salotti, proprio a proposito della figura di Contessa Lara (pag. 57), frequentatrice del salotto Mancini, alla cui vicenda umana ed editoriale viene dedicato ampio spazio; dopo qualche pagina emerge che il nome di Contessa Lara è Evelina (pag. 59), e che Contessa Lara è il più noto degli pseudonimi (pag. 61), che verrà usato dalla donna dopo la scandalosa - all’epoca, romanzesca, scriveremmo oggi - fine del suo matrimonio: il marito, Francesco Eugenio Mancini, ufficiale dei bersaglieri, pur intrattenendo lui stesso rapporti con altre donne, alla notizia della relazione tra sua moglie e l’impiegato di banca e suo amico Giuseppe Bennati, secondo le consuetudini del tempo, lo sfidò a duello e lo uccise con un colpo di pistola; bisogna arrivare al capitolo successivo (Secondo passo: le conferenze) per scoprire che Contessa Lara è Eva Cattermole, detta Evelina. Un altro punto che avrebbe meritato maggior precisione è quello relativo alla rubrica dedicata alle donne, e firmata La Moda, apparsa in appendice al “Corriere della Sera” fin da poche settimane dalla sua nascita. Raccontando la vicenda della citata Contessa Lara, viene riportato (pag. 60): «La giovane Evelina […] scomparve dalla città, disonorata e diseredata dal marito: da quel momento, nel salotto della contessa Maffei, nessuno parlò più di lei. Lì però aveva conosciuto Maria Torriani, la moglie di Eugenio Torelli Viollier, il quale aveva da poco fondato il “Corriere della Sera” e stava cercando collaboratori e idee nuove. Si erano subito piaciute, Evelina e la futura Marchesa Colombi: aveva scritto dunque all’amica la sua proposta, aveva pensato anche a un titolo, per la rubrica, e vi aveva aggiunto un testo. Le sue speranze non andarono deluse. Il 28 marzo del 1876, solo tre settimane dopo la prima uscita del nuovo giornale, apparve la prima delle sue tante Lettere alle signore, che Evelina firmò con lo pseudonimo La Moda». La rubrica sembra cambiare nome nel capitolo Terzo passo: la scrittura giornalistica: non più Lettere alle signore, ma Lettera aperta alle signore (pag. 103); soprattutto, sembra cambiare il nome di chi la firma (pag. 105): «Lo “spazio” di Marchesa Colombi occupava una posizione rilevante, si trovava sempre in prima o in terza pagina e si sviluppava per cinque mezze colonne ed era difeso con le unghie e con i denti. Il primo articolo firmato La Moda apparve sul Corriere della Sera del 28 - 29 marzo 1876: si presentò come un pezzo di esordio di una giornalista donna su un quotidiano tutto maschile. Spiegò che aveva ritardato tanto il suo arrivo su queste nuove pagine perché era un giornale fatto da uomini e loro non amavano discorrere di moda». Nessun cenno qui a Evelina Cattermole. Dunque: chi si celava dietro lo pseudonimo La Moda? L’una? L’altra? Entrambe? O Maria Torriani (che comunque firmava sul “Corriere” anche con il suo nome, scrive Falcione) gestiva lo spazio della rubrica che poi ospitava interventi di altre scrittrici, o della sola Cattermole? L’interrogativo non trova risposta. Si potrebbe dire che il lungo cammino della emancipazione femminile sia passato anche attraverso le chiacchiere: quelle allegre dei salotti, quelle declinate in forma scritta delle riviste e dei libri dedicati. Ma quello che emerge è soprattutto un cammino costruito su una consapevolezza crescente, sulla capacità femminile di prendersi la scena, grazie a scrittrici che riescono, spesso con difficoltà, in modo a volte contraddittorio, a volte scontrandosi, partendo da opposte visioni sul ruolo della donna (sono citati gli scambi su “La Stampa” tra Matilde Serao e Marchesa Colombi) a uscire dall’ampio cono d’ombra proiettato dalla società patriarcale. Corredato da un ricco apparato bibliografico, Tutte chiacchiere può contare, oltre che sull’apporto della approfondita prefazione firmata da Roberta Cesana, sul contributo conclusivo (Dalla riscoperta all’acquisizione) di Maria Vittoria Vittori, giornalista, saggista, già curatrice, sempre per 8tto edizioni, di Humorsex - Pratiche di umorismo nelle scrittrici di fine Ottocento, raccolta di trame brevi firmate da alcune delle protagoniste di questa pionieristica, affascinante, ancora troppo misconosciuta stagione letteraria.