Salta al contenuto principale

Tutte le poesie

Tutte le poesie

Su un promontorio a Tindari il poeta si allontana dai compagni di una spensierata passeggiata, sente nel cuore il profondo legame con la terra d’origine, contrapposta alla città di Milano ove è iniziato il suo insostenibile esilio “Aspro è l’esilio / e la ricerca che chiudevo in te (Tindari)/ d’armonia oggi si muta / in ansia precoce di morire”. La bellezza del paesaggio, il suo equilibrio di forme e di colori adesso è dentro di lui, la mancanza di questa armonia nella sua nuova “patria”, Milano, lo spinge a pensare alla morte, perché la vita è breve e si conclude quando ancora l’uomo non ha compiuto tutte le sue aspirazioni. Riflessioni autentiche, che vengono interrotte dall’arrivo di un compagno, nel momento in cui raggiunge il poeta si spenge la magia dell’ispirazione... La brevità dell’esistenza torna di frequente nei pensieri dell’autore, convinto che ognuno nella sua solitudine si percepisca al centro del mondo, perché inevitabilmente il bene più prezioso per ogni uomo rimane sé stesso. Poi nell’attesa di un cambiamento, di un evento che illumini la quotidianità fino a trafiggerci, al fine ci rendiamo conto di quanto tempo sia passato inesorabilmente “Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera.”… Nel dolore dell’occupazione nazista, nelle terribili vicende che hanno caratterizzato la guerra civile in Italia, i poeti non potevano far sentire la loro voce, sono stati costretti a chiudersi nel silenzio. L’autore fa riferimento al Salmo 137 della Bibbia, dove gli Ebrei sostengono che non possono cantare inni al Signore perché prigionieri nella terra straniera dei Babilonesi. Il silenzio dei poeti è identificato dall’immagine delle cetre appese alle fronde dei salici “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento”… Inutilmente una mano fruga tra le macerie, in cerca dei resti della povera umanità piegata dal bombardamento che ha colpito la città di Milano nel suo cuore, i Navigli, nell’agosto del 1943. Ma la città è ormai morta, anche l’usignolo che cantava sulla parte più elevata di un convento è caduto al terribile attacco “E l’usignolo / è caduto dall’antenna, alta sul convento, / dove cantava prima del tramonto.” È il simbolo della poesia, che ancora una volta ha dovuto tacere di fronte alla distruzione portata dalla guerra. Chi resta in vita ormai non ha più bisogno di pozzi per raccogliere acqua da bere, il bombardamento ha tolto ogni parvenza umana anche a chi ha evitato la morte…

Nella poesia di Salvatore Quasimodo (Modica 20 agosto 1901 – Napoli 14 giugno 1968) alcuni temi sono predominanti, talmente presenti e continuamente oggetto di riflessione poetica da caratterizzare non solo l’opera ma anche la personalità dell’autore. Dalle prime tre raccolte dove si afferma lo stile ermetico, di cui Quasimodo fu l’iniziatore – infatti la sua seconda silloge Oboe sommerso è considerata dalla critica letteraria la prima opera ermetica – alla svolta seguita al secondo conflitto mondiale, quando si avvicina ai temi dell’attualità del suo tempo, è sempre costante la nostalgia per la Sicilia. Il luogo di origine, con i suoi paesaggi che assumono in alcuni casi un alone di misticismo, è ricordato con nostalgia ed è fonte di intense emozioni. L’altro tema predominante è il contatto con la natura concepita come un luogo a volte ameno, altre volte infelice, dove il poeta identifica a livello metaforico i propri sentimenti, fino a compenetrarsi nei suoi elementi in onore al Panismo dannunziano. E poi la certezza della morte, che emerge in modo più o meno manifesto in diverse sue liriche, non come un evento che può suscitare un terrore incontrollato, ma come ultimo momento della vita che giunge in anticipo, quando l’uomo ha ancora delle aspirazioni da realizzare. Questi temi ricorrenti lasciano intendere al lettore come l’opera di Quasimodo non sia caratterizzata da due momenti distinti, separati nettamente per stile e contenuto, bensì sia legata in un continuo del processo di produzione artistica che si sviluppa lungo tutta la vita del poeta. Questi, come del resto gli altri autori della sua generazione, Montale compreso, sceglie durante il ventennio fascista la chiusura dell’Ermetismo e il distacco dalla realtà storica del suo tempo attraverso l’Esistenzialismo, lasciando emerge le proprie emozioni. Segue l’amara consapevolezza che i poeti non potevano cantare la loro tristezza e il loro dolore durante la Resistenza, a causa della dominazione nazista incombente su una popolazione sottomessa e usurpata della sua dignità. Condizione che viene descritta nella raccolta Giorno dopo giorno con un linguaggio ormai sempre più di maggiore respiro, che tende ad abbandonare la chiusura ermetica. Nelle raccolte successive, tra cui La terra impareggiabile e Il falso e il vero verde, il distacco storico scompare, Quasimodo riflette sulla realtà del suo tempo e sull’impegno politico in una poesia discorsiva, anche negli aspetti intimi non più contraddistinti da un significato nascosto, sempre e comunque interessato a comunicare con il lettore. Salvatore Quasimodo è morto nel 1968 a causa di un ictus, che lo colpì mentre doveva presiedere un premio di poesia ad Amalfi.