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Tutti dormono nella valle

Tutti dormono nella valle

Si chiama Costanza e il 28 novembre 1974, con un largo giaccone militare e scarpe di tela ai piedi, scende la strada sterrata a ridosso del bosco. Sta tornando a casa dai genitori, ai quali non dà sue notizie da quasi due giorni. Poiché la finestra del bagno sarà sbarrata, restano la porta principale e quella su retro. Prova ad abbassare la maniglia dell’ingresso principale, che le permetterebbe di accedere alla scala e scivolare in camera sua, senza essere vista. La porta, tuttavia, è chiusa e la stessa cosa sarà anche per quella sul retro. Dovrà bussare, chiedere scusa o, magari tacere? Mentre pensa a cosa sarebbe il caso di fare, la lampadina dell’ingresso si accende, un’ombra gira la chiave e le fa cenno di entrare. Il caldo della cucina le colpisce mani e faccia. Costanza si siede a tavola, al centro campeggia una ciotola d’insalata. Nei piatti, invece, ci sono piccoli corpi con le cosce all’aria, appoggiati su una poltiglia gialla e rossa. Nella sala da pranzo ci saranno oltre venti gradi, mentre nelle altre stanze a fatica se ne raggiungeranno quattro. Costanza vuole essere, per quanto le è possibile, invisibile: mastica con cautela, mentre osserva suo padre, seduto dall’altra parte del tavolo. Ha i capelli bianchi e radi, è alto e robusto e parla poco. Fra i suoi talenti, inoltre, c’è quello di saper zittire con uno sguardo. Ma con lei non ci riesce. Lei, anziché zittirsi, lancia i piatti contro il muro, così che la casa si riempia di rumore. Il punto in cui preferisce lanciarli è la parte di piastrelle dietro la cucina economica. L’ha fatto anche due giorni prima, prima di sparire. Costanza si alza in piedi e quasi fa cadere il piatto. Una voce - forse è la sua - le ha intimato di andare a scrivere. In camera sua ci sono il letto, la scrivania, il lampadario e un quadro. Ci sono anche sigarette e accendino, un quaderno verde e una penna. Meno male, perché il bisogno di scrivere si è fatto urgenza...

Intenso. Questo è l’aggettivo che, meglio di altri, potrebbe racchiudere in un solo termine le emozioni che il terzo romanzo di Ginevra Lamberti - scrittrice veneta classe 1985 - trasmette. Un mondo che cambia nella sua quotidianità fatta di piccole cose e, soprattutto, del desiderio di uscire da una piccola valle in cui, prendendo a prestito e variando in parte una citazione di Edgar Lee Masters nella sua Antologia di Spoon River “tutti dormono”. Un gruppo di protagonisti – dei quali l’autrice svela solo il nome e non il cognome, perché “i cognomi vogliono dire che appartieni a qualcuno” - tra cui Costanza, che nel 1974 ha diciassette anni e vive in una casa gialla della valle insieme al padre Tiziano e alla madre Augusta, che non sanno comprenderla, perché figli di un’altra cultura e di un altro tempo. Ed ecco allora che, in un avvicendarsi di flashback e narrazioni al tempo presente, la Lamberti offre al lettore immagini che raccontano ora gli anni Trenta, ora gli anni Settanta e ora gli anni Duemila. Il desiderio è quello di fuggire lontano rispetto a dove si è nati, perché “Se ogni cosa è migliore a un solo chilometro di distanza, allora forse a dieci chilometri, a mille chilometri, sarà tutta una festa”. Un “accudimento della memoria” è come la stessa Lamberti ha definito il suo romanzo, un lavoro complesso e originale che, partendo dalle vicende di Costanza e Claudio, all’affannosa ricerca di un Altrove, si scontra con una realtà fatta di sogni ma anche di droga, problemi con la giustizia, comunità di recupero e incontri con il dolore. La Lamberti riesce brillantemente nel complesso compito di raccontare il proprio privato rendendolo patrimonio condivisibile, che si stacca dalle vicende personali e diventa fruibile nella più ampia accezione del termine. Un lessico familiare, una storia di generazioni alla ricerca di una propria identità, che – forse - si può realizzare solo allontanandosi da quella valle in cui tutto è immobile. Uno spaccato di vita malinconico e bellissimo; una lettura consigliata e anzi necessaria.