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Tutti i colori tranne uno

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Lo squillo del telefono non interrompe alcun sogno, ma la voce della madre che gli arriva in un grido lo sveglia completamente. Vittorio, suo padre, è scappato, gli comunica la donna. Quando si è svegliata, lui non era nel letto accanto a lei e la porta era aperta. Damiano sente un brivido ghiacciato attraversargli la schiena e suggerisce alla madre di avvertire la figlia Vanessa, che abita a pochi minuti a piedi dai genitori. Lui, invece, sta a trecento chilometri e, anche se intende partire immediatamente, non raggiungerà la sua casa d’infanzia in meno di tre ore. Poi butta in una sacca qualche maglia e camicia prese a caso dall’armadio e intanto cerca di contattare la sorella, ma la linea è costantemente occupata. Mentre afferra il caricabatteria del telefono e spera di raggiungere Vanessa, continua a chiedersi dove possa essere il padre e, mai come ora, la sua vita gli appare costellata di errori. È anche convinto che, se c’era un disegno ben preciso dietro la decisione della madre, Ester Orrigo, di chiamare per primo il figlio lontano, l’obiettivo è stato decisamente centrato: Damiano si sente in colpa. Sì, perché ha scelto di andarsene tempo prima da Dolceacqua, il borgo del Ponente Ligure in cui suo padre possiede un’azienda vinicola che produce il famoso Rossese e che, da quando Vittorio ha l’Alzheimer, è completamente gestita dalle due donne di casa. Inoltre, Damiano si sente in colpa perché, proprio da quando l’adorato padre – complice di mille avventure quando era un bambino prima e un ragazzino poi – si è ammalato, lui si è tenuto a distanza, è andato a trovarlo di rado e ogni volta si è trattenuto pochissimo con il genitore. Mille scuse, mille giustificazioni, ma la verità è che si sente incapace di gestire il dolore. D’altra parte, Damiano ha spesso avuto l’impressione di essere incompleto. Ha sempre pensato che gli mancasse un pezzo. Questa sensazione ha origini lontane, da quando, alle elementari, ha scoperto di non riconoscere il colore rosso. Da quando, quindi, si è reso conto di essere daltonico…

Luca Ammirati – responsabile interno della sala stampa del Teatro Ariston che ha esordito nel mondo della narrativa nel 2019 e, da allora, ogni suo libro fa centro – ha una penna delicatissima, capace di raccontare le emozioni con una dolcezza che incanta, fin dalle prime righe. E anche in quest’ultimo lavoro la magia si ripete. Questa volta sono Damiano e la sua famiglia d’origine i protagonisti di una storia che mostra i nodi presenti in ogni tipo di rapporto, le incomprensioni, l’incapacità di rivelare con sincerità i propri bisogni, le proprie fragilità e i propri desideri. Il percorso che conduce Damiano a casa, in quella località del Ponente Ligure diventata gabbia e prigione, è tortuoso, scivoloso e parecchio difficile. Ma va attraversato, perché solo in questo modo sarà possibile per il giovane chiudere i conti con un passato che è diventato fardello troppo pesante da sorreggere. E la luce, in questo senso, sarà per lui un aiuto importante, gli indicherà la direzione, riuscirà a infondere vita a ogni cosa e a mostrarne i colori. E non fa nulla se Damiano li distingue tutti tranne uno, non importa se il rosso non lo riconosce. Quel che davvero serve è uscire dal cono d’ombra che appiattisce ogni cosa e toglie aria alla luce. Quel che conta è non aver più la necessità di fuggire per ritrovarsi, è riappacificarsi con se stessi, cicatrici e fragilità comprese. Ammirati, attraverso l’originale metafora del daltonismo, che mette in risalto la netta contrapposizione tra luce e ombra, timore di essere incompleto e voglia di libertà, arriva al cuore del lettore con la sensibilità che è da sempre elemento distintivo della sua scrittura e si fa portatore di un messaggio di speranza legato al valore dei ricordi e del legame più resistente, nonostante tutto: quello con i propri cari.