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Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno

Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno

Ernest Cunningham, 41 anni, è un autore di manuali di scrittura acquistabili su Amazon a $ 1,99. Ha già pubblicato Tutti i segreti di un giallo classico in dieci facili passi, Manuale del Mystery e roba del genere. In poche parole è uno che scrive libri su come si scrivono i libri. Ernest non ha buoni rapporti con i suoi familiari e parenti a seguito di un fatto grave risalente a tre anni prima. Ma ecco che arriva un invito a una riunione di famiglia al quale è difficile opporre un rifiuto: la zia Katherine, senza ammettere repliche, ha organizzato una rimpatriata con “partecipazione obbligatoria” allo Sky Lodge, un rifugio isolato in una località sciistica molto appartata. Ci saranno la zia Katherine, ovviamente, suo marito Andy; Sofia, sorellastra di Ernest; la cognata Lucy; Marcelo, padre di Sofia nonché patrigno di Ernie e sua madre Audrey, che non gli rivolge la parola da tre anni. Saranno tutti lì ad accogliere Michael, suo fratello, che in quei giorni esce di prigione e li raggiunge al rifugio in cima alla montagna... Tre anni prima, casa di Ern, notte fonda. Squilla il telefono. È Michael, suo fratello: “Devo vederti. Adesso.” Dopo poco l’automobile di Michael imbocca il vialetto di casa di Ernest, l’auto ha un faro rotto e una notevole ammaccatura: “Ho investito qualcuno. Un tizio. L’ho tirato sotto. È dietro”. Sul sedile posteriore dell’automobile, un corpo esanime. “Dobbiamo seppellirlo”. Ed è quello che fanno. A quanto pare però, all’uomo disteso sul sedile, qualcuno ha pensato bene di sparare, prima che fosse investito. Nell’auto c’è anche un borsone zeppo di soldi. Alla rimpatriata di famiglia quel borsone è in mano ad Ernest con quasi tutti i soldi ancora dentro....

Partiamo dalla fine, dai ringraziamenti. Scrive Benjamin Stevenson: “Procuratevi tutti i gialli australiani disponibili sul mercato. Non c’è giallistica migliore al mondo. Sono certo che tra un secolo, guardandoci indietro capiremo che questa era la nostra Epoca d’oro, e a quel punto un saputello avrà la brillante idea di scriverne la parodia”. Quando dice “saputello”, parla di sé. Con Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno, Stevenson si rifà all’epoca d’oro del giallo britannico con intenti parodistici. Parte bene: in epigrafe troviamo i dieci comandamenti del Decalogo del giallo perfetto stilato da Ronald Knox per il Detection Club nel 1929, Circolo del quale facevano parte anche Agatha Christie e Chesterton. Nel prologo, e qui è già il protagonista Ernest Cunningham a parlare, il narratore si scaglia contro le derive ingannevoli dei gialli moderni che si affidano a contenuti di contorno omettendo invece elementi che il lettore avrebbe diritto di conoscere. Giusto. Promette di giocare col giallo e di giocare pulito. Bene. Si impegna a non inserire scene erotiche. Evviva. Ci sono tutti i presupposti del film Invito a cena con delitto (Robert Moore, 1976, tra gli attori Truman Capote), esilarante parodia del giallo a porte chiuse al quale Stevenson si ispira in maniera smaccata. E parte benissimo grazie al suo incedere da stand-up comedian (monologhista comico è una valida alternativa?) quale è. Gioca così pulito che interloquisce in continuazione col lettore e con l’editor, anticipa il numero di pagina nel quale avverrà un delitto, seguendo così il suo innato “istinto all’auto-spoileraggio”. Tra i tanti colpi di scena, ce ne regala uno da Maestro a pag. 82 (spoilero anch’io). Ma dalla metà del libro in poi, il racconto rallenta; la vena ironica di Stevenson si esaurisce ma l’autore, da stand-up comedian, continua a compiacersi del proprio eloquio riversandolo in pagine prolisse cedendo alla tentazione di prendersi sul serio. Una volta persa la valenza parodistica, la parte di intrigo deputata al gioco deduttivo rivela tutta la sua iperbolica macchinosità fino a quel momento giustificata unicamente dallo spirito umoristico. Allora salta all’occhio un errore marchiano di carattere investigativo sull’analisi di un evento descritto a pag. 320, tale da far saltare tutto l’impianto. Cominciano a farsi notare anche frasi di senso dubbio, ma qui l’autore non c’entra, forse si tratta di equivoci di traduzione. Sicuro comunque che “troppo integerrima” non si può sentire (un cibo eccellente cos’è allora, “molto buonissimo”, “ottimerrimo”?), oppure, “Ne esci come vittima invece del colpevole” (quale altro, se il colpevole sei tu?). Torniamo all’autore, che si sente inattaccabile ma commette un altro errore che non avrebbe dovuto fare: il mancato arrivo della polizia sulla scena del crimine non regge (se fate attenzione scoprite perché) e Stevenson, sottovalutando l’intelligenza del lettore, lo giustifica soltanto alla fine. Senza rendersi conto di instillare, nella lettura, uno scetticismo tale da rendere pesanti le successive 200 pagine che separano dalla spiegazione. Perché a quel punto non si capisce perché nessun personaggio coinvolto nella vicenda non si sia posto la stessa domanda circa il mancato arrivo delle forze dell’ordine. Qui Stevenson gioca sporco pur di avvalersi dell’assenza di polizia. Lo fa al solo fine di allestire la scena madre di ogni classico, che vuole: A) che ad investigare sia sempre un detective privato o improvvisato, quasi sempre il membro di un gruppo rinchiuso in un ambiente unico, possibilmente isolato (il treno dell’Orient Express, il battello sul Nilo, l’isola di Dieci piccoli indiani), B) che ci sia la scena risolutiva nella quale i convenuti sono tutti riuniti, l’investigatore li esamina uno ad uno illustrandone i moventi possibili e concludendo con all’alibi che esclude il sospettato di turno, C) che una volta che sono stati esclusi tutti tranne uno, si faccia il riassunto degli eventi e, tirando le fila, venga smascherato il colpevole che, a questo punto, ha una reazione che dà luogo all’unica scena d’azione del libro. Come s’è detto, per arrivare a questo, Stevenson gioca un po’ sporco. Si allontana dal citato Invito a cena con delitto nel quale invece, la vena parodistica è mantenuta dall’inizio alla fine e tutto si giustifica. Ah! Lo sceneggiatore del film si chiamava Neil Simon. Bisognerebbe ricordare al presuntuosetto comico-scrittore australiano che è sempre consigliabile valutare bene chi si va a prendere di petto. Forse avrebbe potuto anche dare una sbirciatina a L’Assassino, il prete, il portiere per vedere come si scrive un giallo assurdo che faccia ridere dall’inizio alla fine (qui l’autore, Jona Jonasson, va parodiando l’inflazionato Giallo scandinavo). Si spera che la versione televisiva prodotta dalla HBO che ha già acquisito i diritti del libro ponga maggiormente l’accento sull’aspetto ilare piuttosto che su quello del thriller. Ma c’è da dubitarne, considerando che la HBO è americana. L’emittente ha acquistato i diritti dell’opera a seguito del successo planetario di Stevenson: Tutti nella mia famiglia hanno ucciso qualcuno è tra i libri più venduti da fine 2022, un successo non meritatissimo. Perché nel gioco giallistico con pretesa di inattaccabilità Stevenson ha commesso almeno un errore. Ai 10 comandamenti di Knox c’è da aggiungerne un altro, l’undicesimo: come in ogni gioco, gli autogol valgono inevitabilmente un punto in meno.