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Tutto ciò che è libero e selvaggio

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Suolo. Acqua. Animali. Vegetazione. Tutto questo è Terra, casa nostra. E noi miseri mortali non ne siamo nè padroni, nè rivali: siamo semplicemente cittadini, al pari delle altre specie. Potremmo convivere pacificamente con la Terra, essere suoi alleati, lottare per preservarne l’integrità e l’equilibrio. E invece, in nome del soldo e del progresso, abbiamo finito per soggiogarla, sfruttandola con tecniche sempre più violente ed aggressive. Conservazione è la parola magica: quando la terra dà buoni frutti, e il proprietario terriero si prende cura di essi, traendo entrambi profitto da questo rapporto armonioso. Se si guarda una mappa dei territori del Nord America, si può notare il progressivo impoverimento del suolo rispetto a quando erano gestite dai Nativi, e come almeno tre delle quattro risorse fondamentali - flora, fauna, risorse idriche, fertilità del suolo - siano state intaccate in modo forse irreversibile. Conservare, come affermò il geologo statunitense Charles R. Van Hise, significa usare con saggezza. E invece, dalle fattorie della Corn Belt nel Midwest, alla regione dei Grandi Laghi - che comprende ben otto stati americani e la provincia canadese dell’Ontario - è tutto un disboscare, coltivare in modo intensivo, radere al suolo per adibire a pascolo. Il terreno è dunque debole, la fertilità si disperde nei fiumi, il fuoco raggiunge i boschi, interrompendo la crescita e la riproduzione della vegetazione. E la flora e la fauna caratteristiche del luogo? Alcune sono andate perse, altre manifestano una presenza ciclica, dovuta non ad una loro caratteristica intrinseca, bensì a tutta una serie di disordini generati da un uso smodato delle terre…

“Chi è la terra?” si domandava Aldo Leopold nel 1942. “Siamo noi e, nondimeno, lo è il più insignificante dei fiori accarezzati dal vento”. Un pensiero poetico, leggero, delicato. Un concetto forte e indiscutibilmente veritiero, del quale troppo spesso ci si dimentica. Fondatore della filosofia della wilderness, ispiratore del moderno movimento ambientalista, l’ecologista statunitense Aldo Leopold (Burlington, 1887 - Baraboo, 1948) teorizzò un’etica della terra che educasse l’uomo alla convivenza armonica con la natura, sviluppando una sorta di protezione nei confronti della stessa e non un istinto distruttivo. Tutto ciò che è libero e selvaggio raduna quattordici dei numerosi scritti di Leopold affrontando vari temi: dalla conservazione al ripristino della flora e della fauna selvaggia, dall’uso biotico della terra al concetto di salute della stessa; non mancano capitoli più brevi (Il giglio, Blue River, Il varco dei cervi) nei quali l’autore descrive la sua diretta e personale osservazione della natura. Nel 1935 infatti, Leopold acquistò un lotto di terra nel Wisconsin e mise sù una fattoria (un passo importante che ispirò il suo lavoro più celebre, A Sand County Almanac) dove passava il suo tempo ad osservare il comportamento di fiumi, piante e animali, e a cacciare: una passione, quella della caccia, che molti detrattori hanno sempre ritenuto incoerente col suo pensiero ecologista. Eppure per Aldo Leopold, cacciare è un istinto insopprimibile dell’animo umano, quasi una caratteristica fisiologica, al pari di osservare o fotografare ciò che la natura ci offre. In poche parole, chi distrugge la natura selvaggia, considerata una risorsa sociale in svariati ambiti, sta privando l’uomo dell’esercizio di uno dei suoi diritti inalienabili. Nondimeno, la caccia deve essere regolamentata, affinchè non vada a ledere l’equilibrio tra le specie. A Leopold si deve anche l’approvazione, nel 1964, del Wilderness Act - un documento imbastito a partire dagli anni Venti a quattro mani con Arthur Carhart, scrittore e ambientalista del servizio forestale degli Stati Uniti - il quale ha sottratto, e quindi protetto, le aree di natura incontaminata dallo sviluppo urbano.