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Tutto il bene che si può

Tutto il bene che si può

Cloris Waldrip riflette su quanto la sua vita sia cambiata da vent’anni a questa parte. Forse sarebbe rimasta sempre la stessa, se non fosse caduta dal cielo in quel piccolo aereo la domenica del 31 agosto 1986. Il bel volo panoramico, organizzato da suo marito, il Signor Waldrip, li avrebbe portati alla pista di atterraggio vicino alla casetta presa in affitto nella Foresta Nazionale Bitterroot, in Montana. Qualche giorno di vacanza per passeggiare, fare escursioni, pescare nei fiumi, allontanandosi per un po’ dalla vecchia Clarendon in Texas, dal loro tranquillo trantran e dalle funzioni religiose della Chiesa metodista. Flashback. Cloris è seduta vicino al finestrino e suo marito è alla sua destra. È dall’età di tredici anni che lo conosce. Il Signor Waldrip è un uomo gentile, con la faccia da uccello e gli occhiali spessi, con i suoi segreti e le sue manie. Mentre lei guarda il panorama lui chiacchiera con il pilota. Si chiama Terry Squime, ha quasi trent’anni e si è appena sposato. Il Cessna 340 è un piccolo bimotore a sei posti e sta volando sopra i Monti Bitterroot. Queste montagne sono alte, appuntite, una meraviglia per chi vive da sempre nella pianura texana. Si fermeranno pochi giorni. Pur essendo entrambi in pensione al Signor Waldrip piace far finta di essere sempre indaffarato e non ama spendere troppo, anche se non hanno figli a cui pensare. Cloris è nervosa, la notte precedente ha dormito poco e si appisola. Suo marito la sveglia, l’aeroplano trema terribilmente e sbanda. Il braccio del pilota strattona i comandi e il Cessna torna dritto, ma le montagne sembrano artigli pronti a ghermire. Chiedono a Terry cosa succede, ma lui non risponde, guarda fisso in avanti. Ancora qualche scossone, poi l’aeroplanino emette un gemito. Cloris vede fuori dal finestrino che l’elica rallenta tanto da vederne le pale distintamente, una ad una. Il muso si inclina e lei capisce che stanno perdendo quota. Prende la mano del marito e si gira, ma lui non si muove, non osa vedere la sua paura riflessa sul volto di sua moglie. Lei prende tra le mani il suo viso stravolto dal terrore, che farfuglia qualche cosa, ma non capisce. Poco dopo, con un tremendo rumore, l’aeroplano si schianta. Solo lei sopravvive…

Rye Curtis al suo romanzo d’esordio inventa la storia stravagante e un po’ folle di una “Robinson” al femminile. Cloris Waldrip è un’anziana signora sopravvissuta ad un incidente aereo, che girerà per tre mesi nei Monti Bitterroot, dubitando di ritrovare la civiltà. La storia è proprio lei a raccontarla, vent’anni dopo, a 92 anni, da una casa di riposo nel Vermont. I Monti Bitterroot prendono il nome dalla Lewisia rediviva, un piccolo fiore di colore rosa, che ha la capacità di rigenerarsi anche se le radici sono secche. Rediviva, proprio come Cloris. Lasciati i cadaveri di suo marito e del pilota cammina verso valle affrontando pericoli e paure. Sarà aiutata da una mano misteriosa che le procura fuoco e cibo, è un amico invisibile, meno angelico di quello che potrebbe sembrare. Le infonde coraggio anche la preghiera, la sua fede, nella difficoltà, si fa più forte. Nei mesi a stretto contatto con la natura si è letteralmente spogliata di sé, l’insicurezza e l’inquietudine lasciano spazio all’istinto animalesco di sopravvivenza. È proprio in questi momenti che l’immagine impeccabile e sicura che aveva di sé crolla. L’altra voce narrante è la Ranger Debra Lewis, da poco divorziata, che combatte solitudine e disagio col sesso occasionale e l’alcool, un merlot davvero scadente messo nel termos del caffè. È una donna ruvida, spigolosa e cinica, ma molto brava nel suo lavoro. È grazie alla sua tenacia che le ricerche di Cloris non si interrompono. Spinta da una sua convinzione profonda, smuove cielo e terra per ritrovarla. È aiutata in questa ricerca: dai colleghi Claude e Pete, da Boor un energumeno poco raffinato e da sua figlia Jill perennemente scontenta. Una banda di personaggi sconvolti, fuori sincrono e disadattati. I capitoli scorrono come se fossero due romanzi in uno. Le peregrinazioni delle protagoniste si fanno serrate e se ne apprezzano le differenze, la perdita dell’altro per Cloris e la perdita di sé per Debra. I Monti Bitterrot sono lo sfondo vivo del romanzo: un luogo selvaggio, deputato alla solitudine, teatro di rapimenti, con escursionisti dispersi, abitati da famiglie di nativi americani. Il titolo originale è Kingdomtime, il tempo del Regno, che nella Chiesa metodista è il periodo liturgico che va dalla Pentecoste all’inizio dell’Avvento. Come dice Cloris, è un tempo di carità e unità. La genesi del romanzo nasce da un lutto che ha colpito l’autore e che ha cercato di elaborare proprio scrivendo. La stesura è venuta dall’una all’altra voce naturalmente. Immaginare e immedesimarsi in qualcun altro, ascoltare le persone anziane, considerare altri punti di vista, è un esercizio di empatia, secondo l’autore. Al suo dolore Rye Curtis ha dato la voce di questa anziana signora e, da trentenne, ci è riuscito in pieno.