Salta al contenuto principale

Tutto il bene, tutto il male

Tutto il bene, tutto il male

Da piccola, rincorrendo un palloncino che è volato via dalle sue mani, inciampa sulla radice di un albero e si taglia la fronte. E ora quella cicatrice proprio lì, in mezzo, sembra più profonda e suggerisce a Sveva lo stato d’animo della zia Alma, che la accoglie in casa con un sorriso assente e preoccupato. Le comunica che il figlio che aspetta sarà una femmina e si chiamerà Leyla. Glielo dice mentre si rolla una sigaretta, sparpagliando le briciole del tabacco ovunque. Sveva ha ventun anni, si è appena mollata con il fidanzato, ha due genitori maledetti e lei, la zia, la persona che maggiormente ama, aspetta una bambina. Sveva si sente un po’ gelosa. Quella che avrebbe desiderata fosse la sua vera madre, ora lo sta diventando per davvero. Non serve chiedere chi sia il padre; Sveva lo sa benissimo, così come sa che Alma un figlio suo non l’ha mai desiderato, fino a quando l’amore ha trasformato i suoi “mai” in “forse”. Da piccola, Alma sembra adottata, perché non assomiglia per nulla a sua sorella Sarah - pelle rosea, occhi chiari, maggiore di lei di dodici anni. Pare la sorella strana di una creatura bellissima: Sarah ha un fisico da modella già da adolescente e sfoggia il sorriso leggero di chi sa che il mondo finirà ai suoi piedi senza bisogno che lei muova un passo. Alma invece ha il viso irregolare, gli occhi troppo allungati, uno di colore verde e uno azzurro - come David Bowie, che diviene presto uno dei suoi cantanti preferiti - e un caschetto impostole dalla madre, al quale decide un giorno di ribellarsi tingendosi i capelli di rosa. Sottile e flessuosa come un giunco, Alma è timida e chiusa, sempre intenta a rincorrere le attenzioni delle persone di cui finisce per diventare dipendente. Vuole scrivere, Alma, e riesce a fare di questa passione un lavoro. Scrive per il cinema, di cui ama soprattutto i personaggi irrisolti e imperfetti. Detesta la madre Clara, donna fragile e superficiale, e ama infinitamente il padre, con cui va a vivere quando i genitori si separano...

Il racconto di personaggi accomunati da una mancanza; la storia di una famiglia in cui i soliti cliché vengono completamente scardinati e cedono il passo a legami ambivalenti, disegnando ombre lunghe che svelano verità nascoste su maternità e solidarietà femminile, difficilissima da realizzare ma capace, quando esiste, “di fermare una guerra”. Il romanzo d’esordio di Carola Carulli - giornalista del Tg2 che da tempo conduce riviste dedicate alla lettura e segue, in qualità di inviata, i principali eventi letterari e cinematografici - è un collage di immagini che rimandano all’idea di vita intesa come incontro di anime diverse che, a prescindere dai vincoli familiari stereotipati, si riconoscono e smettono di avanzare lungo linee parallele. Si intersecano e diventano tessere di un mosaico che, solo nella sua interezza, assume un reale significato. Una famiglia, dicevamo, fatta da due sorelle completamente diverse: una è ribelle, si nutre dei colori e dei suoni dei mercatini, ha uno sguardo magnetico esaltato da due occhi di diverso colore, è alla continua ricerca di ciò che è speciale e giace nascosto tra le pieghe della banalità. L’altra ha puntato ogni carta del suo mazzo sulla bellezza e sulla posizione sociale e ripete come un mantra che “non si è mai troppo ricchi, non si è mai troppo magri”. Tra le due donne - poli opposti, vasi non comunicanti - c’è la figlia di una di esse, che avrebbe però voluto come madre l’altra, quella zia stramba e con il tatuaggio, capace di ascoltare e di andare oltre. È lei l’amica, è lei la complice, quella che può insegnarle a camminare nella vita, a sbagliare e ad imparare dagli errori. È lei quella con cui diventa facile raccontarsi, aprirsi e perdonarsi. Con una scrittura incisiva e tenerissima allo stesso tempo, la Carulli tratteggia con sapienza il senso più completo della maternità; racconta l’amore più profondo, quello che sfugge alle regole e alle convenzioni; sottolinea il valore dell’amicizia e abbraccia con un unico sguardo voci diverse e spesso contrastanti, capaci di ritrovarsi e di acquisire maggiore forza. Una storia profonda, in cui ogni riga invita a una riflessione; il racconto delle cicatrici indelebili che alcuni pugni lasciano nelle parti più nascoste del corpo e il potere lenitivo di certe presenze, capaci di colmare i vuoti e di contribuire alla cura delle proprie ferite.