“Qui, nell’isola dei sardi, ogni andare è un ritornare. Nella presenza dell’arcaico ogni conoscenza è riconoscenza”. La terra è coperta di rocce biancastre, a perdita d’occhio ondeggiano i gigli selvatici e gli asfodeli. Le pecore sembrano pietre sulle “costiere lontane dei monti”. Le pietre, i fiori, le rocce hanno tutte lo stesso colore: un bianco leggero un po’ viola e un po’ grigio. Un uccello si leva da terra frullando le ali e subito scompare, da lontano giunge il canto “sibillino e numerico” del cuculo. Non vi è altro segno di vita, non si scorgono case, uomini, fuochi. Su un’altura a sinistra spicca una torre di pietra, è un nuraghe. Risalendo il pendio tra asfodeli, ferule, cardi e finocchio campestre, si penetra dall’apertura angusta del nuraghe e attraversando uno stretto cunicolo si giunge all’interno, nell’ombra e nel silenzio. Sedendo a terra sotto il giro di conci aggettanti sembra di trovarsi al di fuori del mondo. La Sardegna è così, mille aspetti diversi possono coesistere; condizioni umane differenti, visi, attitudini e sentimenti. La civiltà di pastori si è trasformata col tempo in civiltà contadina e infine anch’essa “si dissolve pel mondo”. È un periodo complesso in cui modi differenti di esistere stanno uno accanto all’altro: interessi economici, motivi sociali, l’irrazionale della magia, la Chiesa, lo Stato, i partiti. Cagliari è piena di questi contrasti, “capitale dei sardi e capitale coloniale di aragonesi e piemontesi”. Distrutta dai bombardamenti durante la guerra e ricostruita con i soldi dei cagliaritani. Nel cuore della città sorge la statua di re Carlo Felice, indossa l’abito da antico romano, la toga e mantello, il braccio è proteso verso la strada che porta a nord, da lui fatta costruire. Tracce di architettura piemontese si riconoscono in una piccola chiesa di via Torino, con un balconcino di fronte all’albergo “Scala di Ferro”, che ha resistito alle bombe. Poche macerie nelle strade, nuovi quartieri si allargano verso il mare e la città cresce. I monumenti storici sono uno accanto all’altro: la chiesa degli Stamenti, il palazzo spagnolo, la Prefettura piemontese, il Vescovado. Più su l’Arsenale è crollato, vicino alla cava torre pisana e alle celle per i prigionieri “aegrotantibus”…

Tutto il miele è finito, pubblicato nel 1964, è un diario di viaggio che raccoglie le osservazioni annotate durante i due soggiorni sull’isola di Sardegna effettuati nel maggio 1952 e nel dicembre 1962, già pubblicate su riviste e giornali. Carlo Levi (Torino 1902 – Roma 1975), apprezzato per il suo romanzo Cristo si è fermato a Eboli pubblicato nel 1945 e dedicato agli anni d’esilio in Basilicata in seguito all’arresto per il suo attivismo antifascista, osserva l’isola e i suoi abitanti con gli stessi occhi attenti con cui ha osservato i contadini meridionali raccontandone la dura esistenza, osserva gli sfollati che vivono nelle grotte di Cagliari, che gli ricordano la medesima condizione degli sfollati romani: “È lo spettacolo ormai troppo consueto del dopoguerra: dei tramezzi di legno e di latta, dei mobili accatastati, dei bambini formicolanti”. Manifesta il suo entusiasmo per una terra selvaggia e i suoi abitanti, impegnati a riprendersi dopo i bombardamenti, per le usanze antiche ormai in declino, la curiosità e l’apprezzamento per il cibo e le tradizioni, ma allo stesso tempo Levi ha la capacità di cogliere le criticità di una terra ricca di contraddizioni, afflitta da faide e pressioni politiche continentali. È evidente la sorpresa per un mondo molto lontano da quello a lui familiare, ma anche la consapevolezza per la trasformazione inesorabile a cui va incontro. In particolare negli scritti del secondo viaggio sottolinea i cambiamenti avvenuti nell’arco di quei dieci anni. Nota Marcello Fois, che ha curato l’introduzione al volume: “Eppure, nonostante l’uso, e talvolta l’abuso di termini come «arcaico», «primitivo», «preistorico», nel resoconto di Levi sussiste la malinconica coscienza di chi si rende conto di assistere alla fine di un’era, alla definitiva scomparsa di un mondo estremo”. La transizione è in atto, la modernità avanza per travolgere abitudini e rituali ed è evidente il suo disappunto nelle parole dedicate all’industrializzazione di Carbonia. Levi, che è stato medico oltre che pittore e romanziere, rivela una sensibilità particolare nel relazionarsi con le persone che gli manifestano simpatia e si prodigano in gesti di squisita ospitalità, condividendo con lui l’amato arrosto di capretto e il “vino fortissimo che è come una viva persona”. A conclusione di questo breve volume vi è un interessante saggio di Mattia Acetoso.