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Tutto l’amore che manca

Tutto l’amore che manca

Ti svegli alle otto e trentadue minuti con un sobbalzo. Devi correre al lavoro? No, non oggi. Il supermercato in cui facevi il commesso è stato chiuso senza che il direttore desse alcuna spiegazione ai dipendenti (inutili le vostre proteste). Ti aspetta perciò una giornata di abulia, un’altra: l’ennesima. Certo, potresti scrivere a quella ragazza conosciuta ieri sera al pub, e sai che in fin dei conti lo farai, ma sai anche che sarà soltanto l’ennesima storia di sesso. Non hai più voglia di creare autentiche relazioni, non adesso. O forse non ne sei più neanche capace. Ormai è come se le tue potenzialità di amare si siano assottigliate, sino a ridursi a niente. Meglio farsi allora l’ennesimo spinello, con il quale potrai rilassarti e dimenticare una situazione che pare sempre in stallo. Hai deciso persino di abbandonare le sedute dallo psichiatra, o dallo psicologo, o quel che era, perché ti sei convinto che quel bastardo ormai ti teneva sotto analisi solo per cavarti fuori tutto il denaro che poteva. Quando squilla il telefono e vedi il nome di tua madre, rispondi per un rimasuglio d’affetto che racimoli chissà come. Quello che lei ti dice è però inatteso: una ragazza giù al paese (Bisenti), una tua ex compagna di scuola che ricordi vagamente, è morta cadendo giù da un dirupo, forse uccisa. E si è anche scoperto che lei era l’amante di Mario, l’uomo che ti rubò Isabella, l’unica donna che forse hai davvero amato in vita tua. Ma se Bisenti, secondo la leggenda, è il paese di origine di Ponzio Pilato, tu non hai certo intenzione di passare per l’ennesimo “inchioda Cristo”...

Anania ha uno stile asciutto, diretto e assai interessante. Riesce a mettere così in piedi un romanzo che, nelle mani di un autore meno bravo, sarebbe risultato grigio e molto piatto. Qui, invece, c’è sì un grigiore diffuso, ma è il grigiore della solitudine soffocante, ben trasmessa al lettore grazie a un utilizzo ossessivo del “tu”. L’intero romanzo infatti, grazie alla narrazione in seconda persona, entra nella pelle, poiché pare risuonare come una costante accusa a se stessi, rimbombando nella mente con frasi durissime e prive d’ogni ritegno nel porci di fronte alla soffocante incertezza del vivere. Curiosa anche l’idea di rendere un omino della Lego, una specie di meccanico aggiustatutto, il punto di riferimento del dialogo interiore del protagonista, quasi una sorta di minuscolo idolo a cui rivolgersi per venire a capo degli snodi della propria esistenza. Meno riuscito invece, a mio parere, il finale, che all’improvviso esplode in una serie di colpi di scena inaspettati, e che culminano appunto in un’ultimissima frase che forse non è ben motivata (ma che non rivelo qui per ovvie ragioni). È questo però un dettaglio, poiché nel complesso Anania si rivela un ottimo scrittore, dotato d’una voce potente e molto personale.