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‘U maxi

‘U maxi

Per troppo tempo Cosa Nostra rimane impunita, i processi ai mafiosi finiscono sempre con assoluzioni o pene lievi. Gli stessi cittadini intessono un rapporto ambiguo con la mafia dicendo che non esiste, che è un’invenzione importata dai libri americani come Il padrino di Mario Puzo o che forse è una caratteristica dei siciliani. Una vera e propria guerra di mafia è in atto e gli omicidi si susseguono quotidianamente. I testimoni tacciono per paura o connivenza e i magistrati lavorano in solitudine. In questo clima di sfiducia è necessario cambiare mentalità. Per questo arriva a Palermo nel 1979 Rocco Chinnici come capo dell’Ufficio istruzione. È lui che capisce che i magistrati devono uscire dal loro isolamento. Quindi crea un gruppo stabile di colleghi pronti a collaborare tra loro per ricostruire un quadro unitario: Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello. È il nucleo di quello che sarebbe diventato il pool. Con loro cambia la modalità di lavoro, il metodo Falcone porta ad un’idea diversa di giustizia, bisogna seguire la scia dei capitali generati dai criminali con logica, indagini accurate e prove capaci di reggere alle contestazioni della difesa. Con l’assassinio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa il 3 settembre 1982 la mafia tenta di sostituirsi allo Stato, vuole dettare legge, ma è con l’arrivo del giudice Antonino Caponnetto, il 9 novembre del 1983, che inizia la vera svolta della giustizia…

Pietro Grasso è stato giudice a latere nel Maxiprocesso a Cosa nostra e procuratore capo a Palermo, dall’ottobre 2005 al gennaio 2013, poi ha ricoperto la carica di procuratore nazionale antimafia. È stato presidente del Senato dal 2013 al 2018 e senatore fino al 2022. Nel 2023 ha creato la Fondazione Scintille di futuro (https://scintilledifuturo.it/), di cui è presidente, che partecipa al dibattito sui temi della legalità e della giustizia, lavora con i giovani e gli amministratori locali per custodire e tramandare la memoria. ’U Maxi. Dentro il processo a Cosa nostra è un percorso guidato dall’autore, in cui le parole diventano immagini, i ricordi si fanno documenti e la cronaca si trasforma in testimonianza viva. La “’U” è l’articolo determinativo in dialetto siciliano, “il”, mentre Maxi è l’abbreviazione di Maxiprocesso. Grasso con una prosa limpida ed un estremo rigore ricostruisce i fatti di prima, durante e dopo il Maxiprocesso, portando il lettore dentro l’aula bunker di Palermo non disdegnando qualche momento di ironia e di umanità. Primo fra tutti il racconto della sua nomina come giudice a latere annunciatagli dal presidente del Tribunale di Palermo Franco Romano. Significativa è la copertina del libro con i Fascicoli del Maxiprocesso, quelle quattro pareti che Falcone mostrò a Grasso cercando di impressionarlo. Sono i documenti che hanno permesso allo Stato, per la prima volta, di orientarsi nel labirinto di Cosa nostra, sono tracce di una strategia investigativa e di una svolta storica. L’Ordinanza-Sentenza firmata l’8 novembre 1985 porta il nome burocratico di “Abbate Giovanni + 706”, dal primo imputato in ordine alfabetico. I rinviati a giudizio saranno 475. È implicito che un processo così grande numericamente avesse bisogno di un’aula speciale, con servizi logistici, organizzativi e di sicurezza adatti e l’accorta lungimiranza di Grasso ha fatto sì di poterli avere scrivendo al Tribunale, nell’estate del 1985, un elenco di richieste per superare le difficoltà procedurali. Nascerà così l’astronave verde di cemento armato che dal 10 febbraio 1986 per ventidue mesi e 349 udienze diventa simbolo materiale di uno Stato che sceglie di contrastare Cosa nostra. Ogni lettore scorrendo le pagine conoscerà per la prima volta o ricorderà le testimonianze di pentiti come Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno (ben riprodotte nel film di Marco Bellocchio del 2019 Il traditore), la signorile calma del giudice Alfonso Giordano e la verve inquisitoria del Pubblico Ministero Giuseppe Ayala. Grasso dedica uno spazio speciale, sentito e di profondo ringraziamento ai giudici popolari, che con onore hanno portato a termine il loro compito. Esalta il loro sacrificio personale, fatto di lontananza dalle famiglie e di una vita scandita solo dai ritmi dei faldoni e dei confronti giuridici, in quella che lui definisce una vera “clausura” fatta di qualche momento di convivialità durante i pasti. Grasso ne sottolinea il senso di responsabilità e il timore costante di commettere errori tecnici che avrebbero potuto inficiare l’intero processo, vanificando il lavoro di anni di Falcone e Borsellino. Significative sono le parole di Mario Lombardo, giudice popolare supplente, seduto dietro a Grasso: “Stando dietro di lei, ho visto diventare grigia di mese in mese la sua capigliatura”. Il Maxiprocesso aveva sancito l’esistenza di Cosa nostra e da quel momento in poi per ogni magistrato sarebbe bastato dimostrarne l’appartenenza, per ottenere una condanna. Pietro Grasso ci ricorda che “la libertà, la legalità, la verità non si ereditano: si scelgono ogni giorno. E che, anche quando la fiducia vacilla, la giustizia è ancora il modo più alto di sperare”.