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Ugo il duro

Ugo il duro

Ugo in quella chiesa ci va per ripararsi dal freddo rigido di gennaio e intanto cerca di conoscere Dio, ci va spesso perché poche sono le chiese sufficientemente riscaldate, quando se ne trova una diventa preziosa. Quando il prete invita i presenti a stringersi la mano per scambiarsi il segno di pace, Ugo si rende conto che il suo vicino di panca, che pare un ingegnere, allunga il braccio verso di lui, ma il suo sguardo è schifato dalla sua sporcizia e il vestito trasandato. Ugo gli prende la mano e la stringe con forza, gliela storce e l’altro inizia a gemere a bassa voce. In quella lotta silenziosa, mentre la celebrazione prosegue, Ugo vince, si tiene la cravatta del malcapitato e riesce perfino ad andare a fare la comunione lasciando l’ingegnere nelle mani di un caritatevole fedele. Fuori della chiesa, tutto sola, al freddo, legata a una ringhiera, c’è una femmina di doberman, che Ugo decide di portare con sé e lo segue docile annusando la cravatta dell’ingegnere. Le toglie la medaglietta con il nome e il cellulare del proprietario e raggiungono la residenza di Ugo: il Mollificio Carelia, nel Quartiere Industrial-Artigianale Borraccia. La presenza del cane, oltre a fargli compagnia, salvaguarderà le sue poche proprietà, proteggerà il territorio e sarà il simbolo di un cambiamento di status. Ugo e Anna, così l’uomo ha ribattezzato il cane, diventano inseparabili, fino a quando...

Gianfranco Mammi con il romanzo breve Ugo il duro ha vinto, all’unanimità, l’edizione 2019 del Premio Luigi Malerba dedicato alla narrativa. Nella storia di Mammi si ritrovano echi di illustri precedenti che hanno raccontato la quotidianità di un barbone, tuttavia il personaggio di Ugo non ha niente di artificiale, è fresco e immediato, il disincanto e l’accettazione della sua recente condizione di clochard sono naturali e spontanei. Per Ugo è ineluttabile aver perso una “esistenza normale” e dover lottare per uno spazio in una fabbrica fatiscente, dover trovare sempre nuovi espedienti per mangiare, per lavarsi. Una narrazione ironica e amara, che sollecita riflessioni profonde. Accanto al protagonista si fanno spazio una manciata di personaggi surreali, che si muovono in situazioni kafkiane, che spesso però appaiono più come un collage di frammenti di altri racconti piuttosto che frutto di una strategia espositiva. La parte finale è astrusa e metafisica, in netto contrasto con le prime pagine così pragmatiche e realistiche. In generale la lettura è gradevole, lo stile fluido, non manca qualche colpo di scena, il protagonista è ben costruito, ma al termine la lettura lascia attoniti, sconcertati. La scelta dell’autore di far virare la storia su speculazioni così artificiose appare forzata, cerebrale, studiata a tavolino: e il romanzo finisce per perdere forza. Un vero peccato.