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Ultima notte ad Alessandria

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Gran Bretagna, anni 1970 circa. Zio Vili – prozio dello scrittore André Aciman – ha passato gli ottanta: gli piacciono i cavalli, le caramelle e le battute sconce, e per rendere meglio al visitatore gli aneddoti volgari che ama raccontare fa gesti osceni come stringere il pugno e indurire l’avambraccio. Da sempre si esprime con una mimica esagerata. Col suo vecchio completo in tweed, le clarks, un ascot e un cardigan di cachemire macchiato, è perfetto per la parte che ha provato e riprovato per tutta la vita: quella di un gentiluomo vittoriano a cui non importa un fico secco cosa pensi di lui o dei suoi vestiti chi gli è inferiore. Il lato più convincente dei suoi modi aristocratici è che, guardandolo, viene subito il sospetto che sia povero in canna. Al pronipote mostra il suo frutteto, dove non cresce mai nulla di commestibile, l’immenso lago bisognoso di una bella sistemata e pure i boschi dove nessuno osa inoltrarsi, una specie di mondo selvaggio à la Jane Austen. Avendo cambiato generalità, zio Vili in Gran Bretagna è il dottor Spingarn ed alla posta, in banca e in uno dei pub dove assieme al nipote scrittore si sofferma, lo conoscono tutti. Frasi come “Well, hello, cheerio” gli spuntano in bocca naturalmente come se non abbia conosciuto altro fin dalla nascita che il vero inglese. Sa tutto di calcio. Una mattina, mentre zio Vili ed il pronipote André camminano per il paese, una Mini Morris con una donna al volante si ferma e chiede all’anziano se ha bisogno di qualcosa da Londra. È Lady “Comesichiama”, una donna “fredda come il ghiaccio, come tutte le inglesi del resto”, afferma zio Vili ironicamente…

L’esilio di André Aciman dalla cosmopolita Alessandria d’Egitto inizia nel 1965 quando il dittatore Nasser inizia le espulsioni degli europei e degli ebrei in particolare dopo aver nazionalizzato ogni azienda straniera presente sul territorio egiziano. La famiglia di Aciman viveva in Egitto da tre generazioni perfettamente integrata nel Paese e per nulla sottoposta a discriminazioni anche perché il giudaismo degli ebrei sefarditi a cui apparteneva la famiglia dello scrittore non era integralista, a differenza da quello praticato in altre parti del mondo. L’ultima “notte” descritta nel titolo del libro in realtà comprende l’intero periodo dell’infanzia e della giovinezza trascorso dall’autore nella città egiziana che viene narrato in prima persona con ironia e ricchezza di particolari, senza i toni nostalgici di chi si trova suo malgrado costretto a partire dalla terra in cui è nato. Il libro si snoda in maniera ritmata secondo i caratteri dei personaggi che via via compaiono assieme all’autore nella grande casa abbandonata in Egitto dove l’autore ha vissuto con la nonna paterna ebrea di Smirne, la nonna materna chiamata “la Santa” la madre sorda, il padre, la zia, i servitori sudanesi, i venditori di pesce, gli amici altoborghesi della famiglia benestante dell’autore. Una galleria infinita di tipi umani che l’autore evidenzia con leggerezza anche nelle pagine in cui i personaggi, oramai lontani dal Nordafrica, si trovano a rievocare i giorni felici. A fare da sfondo, la descrizione dilatata di una città con i suoi boulevards, i tram e i variopinti mercati in cui accanto agli arabi vivono francesi, greci, ebrei e italiani sospesa tra la indefinita pigrizia mediorientale e il futuro incerto determinato da scelte politiche poco lungimiranti.