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Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona

Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona

“Il viaggiatore non conosce il viaggio / più dell’amante / le labbra dell’amata”. Sta in questi tre versi il concentrato poetico di queste pagine di Mathias Énard. Il viaggio: la perlustrazione fisica del corpo della Terra (Libano, Polonia, Russia, Portogallo, Tajikistan, Andalusia, i Balcani, i mari…), atto erotico, voluttuoso, alla frusta di un mistero che chiede d’essere sondato, di una nostalgia che chiede d’essere ubriacata. Le labbra: soglia del dire, del restituire al mondo il respiro preso in prestito, le parole prese in prestito (da tante lingue: spagnolo, catalano, russo, arabo, provenzale, persiano); le labbra, anche, come soglia del bere, dell’ingresso della medicina dell’anima nostalgica, porte che danno libero accesso all’ebrezza che spiega, accompagna e maledice il viaggio (vino dolce portoghese, rakija balcanica, vodka in Russia o Polonia, araq in Medio Oriente…); le labbra, infine, superficie del bacio, contatto con la pelle altrui, luogo d’illusoria, transitoria compenetrazione, luogo d’incontro. È una viandanza intellettuale ed erotica quella di Énard (“come potrebbe il cuore toccare ciò che il corpo ignora”); a precederlo lungo il sentiero ci sono le infinite pagine che divora, gli studi, i versi di poeti com’egli stesso avvinazzati. Sempre proteso verso un Oriente (il Libano, l’Asia, la Persia) anche interiore (Bosnia, Polonia, Andalusia), verso un’alterità che scuote e integra la propria identità: “Percorro a tentoni la tenebra occidentale, / le mie braccia attorno al mondo”…

In questi versi ci sono fotografie liriche scattate lungo il percorso: “Anatolia dell’albicocca e del fico, i tuoi fiori profumano grotte perdute” oppure “della campagna russa serbo le betulle bianche con cui ci si flagella”. Immagini in cui i temi cari all’autore si incardinano sui luoghi, sui cumuli di macerie e dolore (Libano, Bosnia), sul trasporto dolente e incolmabile verso l’amata, esaudito e compiuto nel sesso, nell’alcol, e pertanto sempre inafferrato. Le forme e le misure variano: a volte il verso si scioglie in prosa, altre invece si irreggimenta nella rima e si fa ballata: ballate per amori ciechi e impossibili, ballate per puttane e magnacci, ballate per le bottiglie vuotate (qualcosa richiama vagamente certi De André o Bob Dylan): “Pensa a questa bottiglia così scura nella sera / pensa al suo corpo così liscio, ebano, colmo di desiderio / che al mattino come te, diafana e deflorata, / trema tutta nuda di antichi riflessi avorio”. L’autore di Zona e Bussola (Premio Goncourt 2015) torna sulle sue geografie e sui suoi temi consueti, condensa il lirismo della sua prosa nella forma concentrata del verso e concede ai suoi lettori una sbirciata sul suo taccuino, un’origliata nel parlamento delle sue ispirazioni. Sia detto sotto voce: preferiamo quando la sua nota patetica ed elegiaca risuona in prosa, domata da una funzione narrativa. Ma in ogni caso, questo è un libro bello (tradotto anche bene) che regala momenti, paesaggi, atmosfere, icone riuscitissime, come questa nel quale il viaggio, per una volta, si dà in assenza: “Ecco le darsene di un porto abbandonato dove / non caricano più né provviste né spezie / dove non si carena nessun veliero, dove nessun / pennone dà riposo ai gabbiani / vicino a un mare inutile, / poeta di nessuno”.