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Ultimo parallelo

Ultimo parallelo

Nel 1916 Ernest Shackleton con due altri membri della drammatica spedizione Endurance passa una notte spaventosa mentre sta disperatamente scalando una montagna per raggiungere una base di balenieri e cercare soccorso per i propri compagni bloccati sul pack dopo il naufragio della loro nave. Sul suo diario scrive: “Io so che durante quella lunga e terribile marcia di trentasei ore oltre le montagne senza nome e i ghiacciai della Georgia del Sud mi è spesso sembrato che fossimo in quattro, non in tre”. Nel 1922 Thomas S. Eliot nel suo poema La terra desolata dedica alla testimonianza di Shackleton questi splendidi versi: “Chi è quel terzo che cammina sempre al tuo fianco? / Quando conto, ci siamo soltanto tu e io, insieme / Ma quando guardo avanti verso il sentiero bianco / C’è sempre un altro a camminarti al fianco / Che scivola avvolto in un mantello bruno, incappucciato / Non so se sia uomo o donna / Ma chi è quello che ti sta dall’altra parte?”. Ma già Robert Falcon Scott, nel 1911, durante la spedizione Terra Nova che gli costerà la vita, parla di miraggi, di oggetti intravisti in lontananza, di ombre che turbano l’assurdo biancore dell’Antartide. E il 15 dicembre 1911, un mese e mezzo dopo la partenza dallo Stretto di McMurdo, Tryggve Gran, norvegese esperto di sci della spedizione di Scott, sogna che Roald Amundsen e i suoi uomini sono già arrivati al Polo Sud, cosa che nella realtà è avvenuta esattamente il giorno prima, ma che nessuno in quel momento può sapere. Sin dall’inizio sul gruppo di Scott grava come una cappa invisibile, qualcosa di misterioso, di opaco. È come se in Antartide ad attendere gli uomini ci fosse una presenza. Immaginiamola ora guardare la nave “Terra Nova” avvicinarsi alla costa, il 4 gennaio 1911, mesi prima, quando tutto è iniziato. Una visione per lei inattesa, imprevista, quasi fastidiosa. Immaginiamo questa presenza osservare gli uomini che come formiche operose scaricano a terra casse, attrezzi, slitte, animali. Probabilmente si domanda “perché questi uomini venuti dal Nord per molti mesi hanno navigato e attraversato tre oceani superando tempeste e solcando mari ghiacciati”. A guidarli c’è Robert Falcon Scott, capitano di Marina, esploratore esperto, “suscitatore di entusiasmi e fabbricante d’illusioni”…

Nuova, imperdibile edizione riveduta e accresciuta (e impreziosita da un apparato iconografico ricchissimo) per il libro che Filippo Tuena ha dedicato alla spedizione di Scott in Antartide del 1910-1912, passata alla storia anche per il tragico, cinematografico finale (la marcia massacrante, la beffa norvegese, i diari, la morte a poche miglia dalla salvezza). Il testo, come spiega lo stesso Tuena nella lunga introduzione, “corrisponde al 99,7% all’edizione 2007”, ma – oltre alla preziosa presenza in appendice di una serie di tagli effettuati alle precedenti versioni del testo e qui recuperati – a rendere quest’edizione indispensabile è il racconto che l’autore fa della genesi di Ultimo parallelo nelle sue diverse incarnazioni: esplorazione del Polo Sud, dunque, ma anche esplorazione del libro e della sua scrittura. Mai come in questo caso infatti è possibile vedere chiaramente la stratificazione del lavoro del lavoro dello scrittore, fare un carotaggio del ghiaccio e del permafrost, analizzare l’evoluzione delle parole e delle idee, capire. Scopriamo così che Ultimo parallelo è stato scritto tra marzo 2005 e febbraio 2007, ma che le prime tracce geologiche risalgono al 1968, quando il piccolo Filippo, allora studente ginnasiale, rimane colpito da un particolare dell’affresco di Guidoriccio da Fogliano che si trova nel Palazzo del Comune di Siena riprodotto sulla copertina di un’antologia ginnasiale – ovvero un cavallo sullo sfondo del cielo azzurro, un’immagine che in qualche modo rimane nascosta in un angolo della mente ma riemerge nel 1992 in un poemetto sulla licantropia scritto da Tuena nel quale “senza nessuna apparente ragione ecco l’immagine della teoria dei pony di Scott che avanza lungo la Grande barriera ghiacciata”, forse ispirata dalla quasi concomitante lettura del diario integrale dell’esploratore polare acquistato in una versione anastatica dell’edizione Treves del 1914 nella mitica, compianta libreria Remainders di piazza San Silvestro a Roma. È di qualche anno dopo invece l’idea di una mostra da realizzare assieme all’amico pittore Andrea Fortina con ritratti di personaggi illustri con i vestiti indossati al momento della morte, tra i quali non sarebbe mancato l’esploratore Scott (“il sacco a pelo ghiacciato la giacca a vento cerata di gabardine Burberry e il berretto passamontagna di lana”). E poi – lungamente attesa, come abbiamo appena visto, ma anche improvvisa come un’epifania – la decisione di scrivere un romanzo su Scott durante una passeggiata invernale a largo Treves, i colloqui con l’editore, il lavoro di ricerca, la scrittura vera e propria. La chiave con cui Tuena apre, scardina il racconto della tormentata (definirla mancata sarebbe ingeneroso davvero) impresa della Spedizione Terra Nova è appunto quella metafisica, direi quasi fantasmatica – ecco perché mi azzardo a fare un parallelo (il primo, che io sappia, non l’ultimo stavolta) con Le montagne della follia di Howard P. Lovecraft – e da questa ne nasce un’altra più poetica, come spiega l’autore stesso in un’intervista concessa a Paola Milicia sul sito web del Premio Comisso: “(…) I versi di Eliot sulla presenza dell’uomo in più. Il libro è nato proprio su quella suggestione che è poi la suggestione di ogni lettore quando affronta un libro e, perché no, di ogni scrittore, quando si trova al tavolo di lavoro. (...) il protagonista occulto del libro è il lettore. Ed è anche l’autore. Queste due figure entrano ed escono continuamente dal testo, sono costantemente attive e passive. Intervengono, manifestano le proprie passioni, le proprie idiosincrasie. A volte l’una prevarica l’altra”. Il risultato è un romanzo-non romanzo che sì racconta l’epopea di Scott, ma solo incidentalmente: e del resto non ci sarebbe stato bisogno dell’ennesimo racconto dei fatti, sui quali c’è una amplissima pubblicistica. È perfetto Ultimo parallelo per chi già conosce la cronaca storica e può tornarci su guardando le cose da una prospettiva inedita, come chi esaminando una vecchia foto sgranata nota piccole discrepanze, particolari enigmatici che aprono finestre sul buio e sull’ignoto oppure, meglio ancora, sui paesaggi oscuri (e altrettanto inesplorati di quelli polari) della nostra anima.