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Umiliati

umiliati

È immobile, fuma una sigaretta dietro l’altra e guarda nel vuoto, sentendo la solitudine che lo attanaglia. Ha deciso: si separerà dalla moglie, da quella donna che lo ha fatto diventare una bestia, incapace di controllarsi. Anche lei è diventata una creatura malefica, con l’odio negli occhi e nel cuore. Insieme, stanno dando il peggio di loro stessi. Per ore hanno litigato fissandosi e urlando, poi sono passati alle mani: lei lo ha colpito schiaffeggiandolo, lui l’ha spinta e l’ha fatta cadere. Dopo la litigata furiosa non si sono più visti. La loro figlia è dalla nonna e, anche se ha già capito tutto e da tempo si è resa conto di cosa stia accadendo tra i suoi genitori, fa finta di nulla. Allora lui ha preso la macchina, ha guidato per centinaia di chilometri e si è rifugiato nella loro casa al mare. E ora se ne sta lì fermo, incapace di fare una passeggiata o di guardare il mare. Evita ogni tipo di contatto ad eccezione di una telefonata alla figlia, quella ragazzina di diciassette anni che non vede l’ora che i suoi genitori si rendano davvero conto che è arrivato il momento di costruirsi ciascuno una propria felicità, che non includa l’altro. Mentre parla con la ragazza, capisce che accanto a lei c’è la madre, quella donna che lui ha amato moltissimo, fino a trasformarsi in un mostro generato dal sentimento più devastante capace di dominare l’essere umano: l’amore coniugale. Forse l’unico modo per riuscire a trovare un minimo di sollievo è andare a far visita al suo collega, anch’egli professore universitario, che abita a pochi chilometri da lì. Andare a trovarlo lo ha sempre sollevato. Si tratta di una persona che non si è mai sposata e ha dedicato la sua intera esistenza alla ricerca. Lo trova in giardino, seduto su una poltrona di vimini sotto il gazebo. Si accorge immediatamente di quanto lui sia sconvolto, ma non dice nulla. Poi entra in casa e ne esce con in mano un antico libro. Si intitola Anteros sive contra amores ed è un trattato contro l’amore coniugale…

Famiglia, tradimenti, amicizie e rapporti di coppia raccontati da un punto di vista maschile che sottolinea gli effetti a volte spietati ma più spesso comici della deflagrante potenza dell’amore. Gli Umiliati: una squadra di calcio di soli uomini alle prese con crisi matrimoniali e successive separazioni diventa terreno fertile per raccontarsi e leccarsi le ferite, senza perdere di vista quella sottile ironia che permette a ciascun componente di raccontare le presunte angherie subite dalla consorte senza soccombere alla tragicità della situazione. Roberto Vetrugno - professore di Linguistica italiana all’Università per stranieri di Perugia alla sua seconda prova come romanziere- offre al lettore un ritratto irriverente, politically uncorrect ed estremamente intelligente della società contemporanea, quella in cui le separazioni all’interno di un rapporto di coppia, seppur frequenti, non sono ancora del tutto metabolizzate: spesso non si ha il coraggio di lasciarsi- in nome di un “restiamo insieme, riproviamoci” che puzza di vigliaccheria a un chilometro di distanza - e si finisce, quindi, per offendersi e umiliarsi a vicenda. Quante sofferenze inutili si eviterebbero, invece, se si avesse il coraggio di recidere di netto i legami tossici o morti, riconoscendoli tali e salvando in questo modo quanto di positivo ci può essere stato nella relazione! Le considerazioni di Vetrugno - che dedica il romanzo alla sua post moglie “in nome di un amore che abbiamo voluto lasciare intatto nel ricordo, senza deturparlo”, rivelando quindi lo spunto autobiografico del suo racconto - sono un viaggio nel pantano in cui la vita di coppia può trasformarsi quando uno dei due componenti è completamente centrato su di sé e del tutto mancante di quelle capacità empatiche che potrebbero aiutare a risolvere una crisi producendo il minimo danno possibile. Contrariamente a quanto il titolo lasci supporre, non si tratta di un romanzo maschilista, anzi. Ogni pagina e ogni racconto sono provocatori - non mancano situazioni esilaranti e aneddoti davvero spassosi - e mostrano l’agonia lenta della famiglia tradizionale, di cui spesso la condizione di infelicità è il leitmotiv. Ed è compito della letteratura, pare scrivere tra le righe Vetrugno, essere sufficientemente coraggiosa e abbastanza spudorata da smascherare l’ipocrisia e raccontare senza veli che la fine di un amore è un evento che accade e che può essere trattato, con intelligenza e la giusta dose di ironia, senza generare troppo dolore.