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Un antropologo su Marte

Un antropologo su Marte

“Lo studio della malattia, per il medico, richiede lo studio dell’identità, di quei mondi interiori che i pazienti si creano sotto lo stimolo della malattia”. In seguito ad uno sventurato incidente d’auto, Jonathan I. scrive una lettera a Oliver Sacks nel quale prega l’eminente neurologo di porre rimedio al paradossale scherzo che il destino gli ha giocato. Il signor I. ha trascorso i suoi sessantacinque anni ad acuire un’innata e stupefacente sensibilità al colore che traspariva già nel suo lavoro di pittore. D’un tratto egli è diventato cieco al colore ed il mondo, improvvisamente frammentato in una molteplice varietà di grigi, gli appare sporco, deviato… Il ribelle Greg F. ha trascorso gli anni Sessanta tra concerti rock, cannabis e raduni hippie. I lunghi capelli neri e gli spigolosi lineamenti del volto celavano una personalità complessa, riflessiva, sempre protesa all’azione. Nel 1969 è diventato un adepto degli Hare Krishna, ed i genitori hanno perso ogni contatto con il figlio. Quattro anni dopo dal cervello di Greg viene asportato un tumore le cui dimensioni sono prossime a quelle di un grosso limone. L’operazione gli salva la vita, ma i danni cognitivi sono irreversibili. Greg diviene prigioniero dell’istante, dell’immediatezza, del meccanismo stimolo-risposta; inoltre gli è interdetto memorizzare nuovi avvenimenti ed il suo mondo interiore, se ne ha ancora uno, è confinato nel decennio ’60-’70… Carl Bennet è affetto da sindrome di Tourette. Tuttavia, la sintomatologia non gli impedisce di divenire uno dei medici più stimati di Bradford… Virgil, un robusto cinquantenne cieco dall’età di sette anni, si sottopone ad un intervento in grado di restituirgli la vista, ma non di vedere… Franco Magnani, frizzante pittore di origini toscane, possiede un’impressionante memoria eidetica grazie alla quale è in grado di rappresentare Pontito, il suo paese natale, come se lo vedesse ogni momento di fronte a sé… Stephen Wiltshire e Temple Grandin sono affetti dalla sindrome del savant, ossia dal coesistere di gravi ritardi cognitivi e di un’abilità oltre la norma in un settore specifico…

“Chiedetevi non quale malattia la persona abbia, ma piuttosto quale persona abbia la malattia”. “L’universo non solo è più strano di quanto immaginiamo, ma è più strano di quanto possiamo immaginare”. In queste brevi citazioni riportate da Oliver Sacks tra le prime pagine di Un antropologo su Marte – attribuite rispettivamente a J.B.S Haldane ed a William Osler – è possibile rintracciare i pilastri su cui quest’opera è stata edificata, oltre che due temi su cui l’autore deve aver approfonditamente riflettuto. Di certo, a buona parte di coloro a cui talvolta capita di cimentarsi nella lettura di testi di neurologia sarà capitato di imbattersi nella descrizione di qualche “caso clinico”: ebbene, il più delle volte tali descrizioni si sostanziano in elenchi di sintomi, nel risultato di qualche esame dal nome impronunciabile o in qualche grafico che mostri il numero di volte in cui il paziente X è stato in grado di rispondere ad un dato stimolo. Un tale paziente cessa di essere una persona, viene privato della propria individualità, ridotto ad un meccanismo non più in grado di funzionare o, peggio, ridotto a quel malfunzionamento. L’encomiabile merito di Oliver Sacks è quello di essersi lasciato alle spalle tale punto di vista vizioso ed infecondo passando, come scrive Foucault, “all’interno della coscienza malata, cercando di vedere il mondo patologico con gli stessi occhi del paziente”. Ancor più brillante è l’intuizione esplicitata nella seconda citazione sopra riportata. Questi “sette racconti paradossali” ci permettono di comprendere quanto limitato sia il nostro punto di vista sul mondo, quanto relativa sia quell’immagine coerente di esso che tanto amiamo costruirci e quanto velleitario sia tutto ciò che chiamiamo normalità. I sette protagonisti di questo saggio pensano, vedono, sentono, lavorano in modo totalmente diverso dalle modalità in cui la gran parte di noi concepisce tali attività. La donna affetta da autismo protagonista dell’ultimo capitolo confida ad Oliver Sacks: “Molto spesso mi sento come un antropologo su Marte”. E proprio come un antropologo su Marte, così deve essersi sentito l’autore, e così deve sentirsi il lettore: la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di inconoscibile, ineffabile, indescrivibile per la sua radicale diversità rispetto a ciò che ci è quotidiano e, al contempo, la sensazione di dover spingere oltre, anche rischiando un fallimento, il lume della conoscenza.