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Un buon posto in cui fermarsi

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Stefano ha trentasei anni ed è il più giovane direttore di banca della sua provincia. Fino ad ora non ha sbagliato alcuna mossa: ha saputo individuare le mani giuste da stringere, ha azzeccato i destinatari dei suoi sorrisi, è riuscito a interpretare ogni attesa nel modo corretto. È uno che ce l’ha fatta, insomma. La notte, però, non riposa bene. Il sonno è a singhiozzo; si sveglia senza ragioni apparenti e incubi ricorrenti lo disturbano. Una mattina, senza alcun preavviso, in ufficio riceve una telefonata che mai si sarebbe aspettato. Un vecchio amico, uno con il quale ha condiviso una giovinezza fatta di disobbedienza e un legame profondo, sfilacciatosi poi nel tempo fino a perdersi del tutto. Mentre Arturo gli parla dall’altra parte della cornetta, Stefano si chiede che cosa li abbia allontanati, anche se in realtà non è troppo interessato alla risposta che potrebbe darsi. Arturo si è rivolto a lui perché, insieme all’amico Gianni, vuole rilevare un casale in provincia e farne un rifugio, un luogo in cui ricaricare le pile quando ci si sente un po’ giù. Occorrono lavori di ristrutturazione. Serve un mutuo. Arturo e Gianni non hanno garanzie. Stefano potrebbe dal loro una mano? È o non è un direttore di banca?... Per sentirsi realizzato, recita un proverbio cinese, un uomo dovrebbe fare un figlio, scrivere un libro e piantare un albero. Biagio non nutre alcun interesse né per i figli né per i libri. Gli alberi invece sì, quelli gli piacciono. Anzi, sono il più grande amore della sua vita. Cura il giardino della scuola d’infanzia del suo paese e lavora saltuariamente per le ditte di manutenzione del verde pubblico. Le piante, secondo Biagio, sono le uniche in grado di restituirti tutto ciò che tu dai loro. A differenza delle persone, inoltre, sono riconoscenti…

Matteo Bussola non sbaglia un colpo. Ex architetto in un ufficio tecnico e autore prolifico, sa attribuire alle parole il giusto peso e il corretto significato, ogni volta che crea un intreccio e si fa portavoce di un messaggio. Questa volta i racconti di cui si compone il suo testo raccontano la fragilità umana, nello specifico quella maschile. E lo fanno senza vergogna e senza impaludarsi nei soliti cliché di cui tanta letteratura è zuppa. La malattia, il dolore, la solitudine, il senso di fallimento, la paura di crescere, il desiderio di abitare un corpo diverso dal proprio: il protagonista di ciascuna storia viene fotografato in un momento difficile del proprio cammino, nell’istante in cui la ferita che lo abita si riapre o brucia tanto da non poter essere ignorata. Reclama totale attenzione ed è necessario decidere se munirsi di tutto il necessario per disinfettarla e curarla, o se invece soccombere. Deludere le aspettative, non essere all’altezza delle situazioni, inseguire un sogno a costo di perdere ogni certezza, tornare un po’ indietro – lungo il sentiero della propria esistenza – per ricominciare ad avanzare meglio. Diverse sono le situazioni che si fanno nuovo punto di partenza per uomini feriti, spezzati, ammaccati, doloranti o sconfitti. Ma sempre, per ognuno di essi, il viaggio ruota intorno a un’unica domanda: cosa rende un uomo tale? Quando la vita smette di essere altrove e diventa qui e ora? Interrogativi che aprono lo sguardo su scenari inattesi, sulla consapevolezza che a volte si vince proprio nel momento in cui si perde tutto e che il segreto potrebbe stare tutto lì, nel non mantenere le promesse o le premesse, nel guardare le proprie ferite e accoglierle, perché proprio quando smettono di procurare dolore, allora si comincia a essere uomini, imperfetti e storti, ma autentici.