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Un caffè con... Daniele Di Gennaro

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Incontriamo l’editore e fondatore di minimum fax a Marsala, nell’ambito del festival 38° parallelo. L’occasione è una tavola rotonda sull’annosa crisi editoriale italiana. Prima di dirigerci verso una delle cantine della città siciliana per la doverosa degustazione, si discute di cultura e mercato. I lettori non crescono, le librerie svaniscono, le biblioteche sono spesso deserte. Solite questioni? Forse sì. Conviene però conoscere le realtà che, invece, evolvono. Fra poco più di un anno, la creatura di Di Gennaro festeggerà il trentennale. Da atipica rivista letteraria inoltrata via fax a casa editrice cult, oggi la sua identità è molteplice: corsi professionali, produzioni teatrali e audiovisive, eventi culturali.




Da un festival all’altro. Arrivi qui a Marsala dalla Toscana, giusto?
Il 24 e 25 settembre abbiamo realizzato a Lucca Anteprima Ex festival, portando l’intera casa editrice a incontrare la città. Fabio Stassi ha tenuto una lezione meravigliosa sul cielo dei poeti; Luca Briasco, editor e mio socio, americanista e traduttore di Stephen King, ha parlato di Chris Offutt e dell’America profonda, della letteratura degli spazi. Io ho intervistato Valeria Parrella che ha esordito con noi. Con Remo Rapino e un gruppo di attori che hanno letto il suo romanzo Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio in diversi dialetti, abbiamo parlato di follia, di ultimi, di libertà, della libertà dell’indicibile. E poi fumetti, serial… generi diversi, intesi come unità di misura per la prossima edizione del festival, che sarà più large.

Non sono solo gli eventi a unire lettori, autori ed editori. Quali sono i libri minimum fax che più hanno creato comunità?
Eh! Su 1100 titoli è difficile scegliere. Ultimamente, dopo la vittoria al Campiello, Remo Rapino ha generato il terremoto: ha scritto un romanzo in abruzzese arrivando al cuore di tutta l’Italia. Poi ci sono stati i nostri libri storici, come la serie di poesie di Bukowski che, portata in teatro da Alessandro Haber, ha fatto tre anni di pienoni. E dalla biografia di Chet Baker, Come se avessi le ali, sono nati spettacoli e concerti jazz. Sopra tutti, comunque, resta l’opera omnia di Raymond Carver. Sono libri che aprono mondi, creano comunità di attenzione reciproca.

Per andare oltre la superficie dell’oggetto libro?
Per approfondire, sì. Cura e attenzione generano cura e attenzione, e ulteriore ricerca. Si può approfondire in molti modi: narrando i dettagli dei processi editoriali, dei mestieri del libro, dell’atto creativo della scrittura, del miglior teatro, del miglior cinema, della televisione. È così che nascono nuovi lettori.

E forse anche autori nuovi, e migliori…
Scrittori meno preoccupati del consenso e più attenti al senso: questo può dare significato al lavoro dell’editore, che deve cogliere ogni occasione per imparare. Un editore è un forzato all’apprendimento. Se si dichiara onnisciente è un imbroglione, sta truffando. Si cresce, invece, impossessandosi dell’esperienza e della conoscenza altrui, arricchendosi della scrittura, del linguaggio, delle metafore di qualcuno che ha avuto un corso diverso del tuo. Così come facciamo da lettori: il DNA di chi legge è in continuo mutamento, è un percorso emotivo, perché sono le emozioni a fissare la memoria.

A proposito di scrittori, dove cercate oggi gli esordienti?
La selezione più completa, matura è fatta dalle agenzie letterarie. Continua a esserci un mondo di velleità, di mancanza di mestiere e, soprattutto, di mancanza di idee. Dobbiamo valorizzare chi si ostina a scrivere in maniera artigianale, coraggiosa, costante; dobbiamo pubblicare chi ha scelto di affrontare l’incognita dell’esito perché spinto a lavorare a un’idea per anni, in solitudine, con passione. La letteratura è passione in senso lato, c’è poco altro da dire.