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Un caffè con... Giulio Milani

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Giulio Milani, nato a Massa nel 1971, muore al secolo nel 1996, quando prende i voti letterari per l’antologia Under 25 Coda nelle mani di Giulio Mozzi; rinuncerà al sacerdozio nel 2005, all’inizio accettando la direzione della casa editrice Transeuropa, poi con la nascita della prima di tre figli e l’avvio della lotta per la vita. Quando non era ripiegato sui suoi interessi, ha scoperto e lanciato diversi scrittori, tra cui Fabio Genovesi, Giuseppe Catozzella, Andrea Tarabbia, Demetrio Paolin, Stefano Amato. In ambito editoriale, è stato promotore e coordinatore della collana di coedizioni “Indies” di Feltrinelli e dello scaffale di tutela della bibliodiversità con LibrerieCoop.




Ci racconti il progetto Wildworld in poche parole?
Si tratta di una collana di romanzi italiani concepita come una serie antologica: ogni titolo racconta un fatto di cronaca o una serie di fenomeni di cronaca che hanno scosso i nervi del nostro Paese o della società occidentale, attraverso l’uso del paradosso anziché della verosimiglianza. In questo modo la narrazione si discosta radicalmente dal nuovo realismo che guarda soprattutto alla Francia, a Carrére, a Binet, a Jablonka – ovvero romanzi che per raccontare la cronaca “in modo autentico” mettono in scena i crucci morali dei narratori in regime di memoir o biografismo. Nella Wildworld i narratori proiettano un “io possibile” all’interno della vicenda come se fosse accaduta a loro stessi, in regime di autofiction, per provare a cogliere significati antropologici universali, oltre che storico-politici in senso lato. Si tratta, pertanto, di una rielaborazione di eventi del passato in forma di ucronia e senza moralismi, pedagogia, didascalismo e affabulazione.

Qual è l’autore che pagheresti qualsiasi cifra per pubblicare?
Mi piacerebbe lavorare con Walter Siti e con Michel Houellebecq, se solo avessi la disponibilità economica o il privilegio di respirazione per ingaggiarli nella Wildworld.

Quali caratteristiche cerchi nelle opere che pubblichi? E come le cerchi?
Da almeno tre anni a questa parte ho invertito i termini della questione: nel 2017 mi sono messo su un camper alla ricerca di nuovi talenti in giro per l’Italia con l’idea di non limitarmi più a recepire l’esistente, ma per coinvolgere nuovi autori nell'individuazione di nuovi temi e di nuove tecniche di scrittura, le stesse che insegno nei miei laboratori. Al centro del mio interesse c’è la cronaca, la storia, l’antropologia, la biografia, in sintesi la realtà umana in tutte le sue declinazioni.

Hai la bacchetta magica per un giorno: cosa fai per l’editoria italiana?
Rompo l’oligopolio promozionale e distributivo vigente, ossia il cartello che mette insieme poche società editoriali che promuovono e distribuiscono - caso unico al mondo - anche le loro concorrenti. Risolvo in questo modo un conflitto di interessi macroscopico, che produce in Italia quello che io chiamo “editore ombra” degli indipendenti: il cartello che ci trattiene fino al 65% dei profitti, ci costringe a tenere il prezzo dei libri ingiustamente elevato, comprime i salari degli addetti ai lavori e i guadagni degli autori, fa chiudere le librerie indipendenti, uniforma l'offerta libraria e culturale sulla base dei propri interessi, ovvero in relazione a quanto si è stabilito che sia il tema o il genere o il titolo o il modo di scrivere o l'autore di successo da inseguire.

Festival, premi, classifiche, recensioni: qual è l’ambito che ti pare più marcio dell’editoria italiana?
Non esiste un settore più marcio degli altri. Si tratta di un ecosistema dove vive (ma non prospera) la cosiddetta specie letteraria protetta, una compagnia di giro dei soliti noti che cerca di difendersi dall’estinzione presidiando il maggior numero di posti di potere e di controllo: trasmissioni tv e radiofoniche che parlano di libri, festival e premi letterari, classifiche fasulle e fiere del libro perennemente in perdita dove si invitano tra loro, si premiano tra loro, si autocelebrano nella speranza di far percepire al pubblico l’odorino del cosiddetto capitale simbolico della cultura. Questa specie si difende, come tutti, dalla marea montante delle quasi ottantamila novità librarie all’anno prodotte da un sistema ormai al collasso, con una platea di lettori residuali, sempre più anziani, che decresce di anno in anno o premia soltanto libri e temi del catodo. Il problema è che, per difendere sé stessi, questi affiliati scrivono libri che si difendono dal lettore, giudicandolo alla stregua di un bambino da educare con i buoni sentimenti, la morale, l’ordine rassicurante di una realtà addomesticata, mentre escludono sistematicamente quegli autori o quegli editori che non solo vivono il mondo del libro con la stessa passione e capacità - in certi casi perfino maggiore - ma che sarebbero in grado di produrre un’esperienza di lettura differente, più adatta alla nostra epoca selvaggia, paradossale, se non fosse che vengono appunto tenuti ai margini, resi periferici rispetto ai centri di potere occupati dall’oligopolio. Così viviamo in un Paese in cui gli editori e gli scrittori favoleggiano di copie che non hanno mai venduto, veicolando un’idea parziale del prestigio letterario, facendo pubblicità ingannevole nei confronti dei lettori e falsando una volta di più la libera concorrenza, come nel caso di Edoardo Nesi e La Nave di Teseo rilevato da “Il Fatto quotidiano”, oppure cercano di proiettare un’immagine da star system che tuttavia non esiste, visto che il reddito delle celebrità letterarie è per lo più aleatorio e nel Paese viaggia la ridottissima compagnia di giro di cui ho detto. Per ribellarci a tutto questo, è nato da poco un movimento che la scrittrice Veronica Tomassini ha battezzato come “Gli imperdonabili”: un movimento di scrittori, poeti, editori e soprattutto lettori che ha per obiettivo comune quello di tracciare un pensiero forte, libero, fuori dagli schemi, e nello stesso tempo trovare un linguaggio e una prospettiva differenti rispetto all’omologazione culturale e artistica del nostro Paese.