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Un caffè con... Mariacarmela Leto

Articolo di

Mariacarmela Leto, laureata in Lettere classiche, è stata cofondatrice e direttore editoriale di Giulio Perrone Editore. Docente di scrittura creativa da quasi due decenni, è ora editor di narrativa e direttrice della collana Raid per Castelvecchi editore.



Ha da poco debuttato RAID, la nuova collana di narrativa Castelvecchi diretta da te. Ci racconti questa avventura?
Ogni inizio, ogni atto di fondazione portano con sé l’incertezza e, come nelle miglior tradizioni, anche un certo spargimento di sangue. “Fondare” RAID mi ha costretto – come una specie di Romolo in gonnella – a tracciare nuovi confini entro cui far sorgere i miei progetti futuri. In realtà, alla fine, mi rendo conto ci si muova sempre nel solco di chi siamo, o di chi vorremmo essere. Dopo un’esperienza quasi ventennale nel mondo editoriale ho traslocato a Castelvecchi e mi sono riappropriata di una identità che sentivo sbiadita, tornando un po’ all’origine di me stessa e del mio mestiere. RAID, il cui nome promette intenzioni belligeranti, è in realtà il ritorno al punto da cui ero partita con un accrescimento di consapevolezza e maturità, è il desiderio di dichiarare guerra ai luoghi comuni, alla letteratura stereotipata e alle logiche commerciali che temono ogni selvatichezza e ogni difformità. Scrivendo la presentazione mi è venuto di raccontarla così, questa nuova collana: scritture diseducate, occhi smagati, un’incursione nei territori dell’anarchia, nelle crepe e nelle storture di un mondo che non ha verso, narrativa che disdegna la perifrasi, il gioco retorico. Perché c’è un solo modo per fare vero un io: raccontarlo, guardandolo dritto in faccia. Ed ero partita esattamente da qui, ai miei esordi. Faremo circa dodici titoli all’anno e, pur nella eterogeneità degli stili, gli autori si accordano in una visione della scrittura come strumento per possedere la realtà ma senza esserne adulterati. Possono essere autori di lungo corso o anche esordienti assoluti, saranno italiani e stranieri, in questa avventura che per me è già tanto felice.

Si dice: in Italia scrivono tutti. Oggi trovare buoni esordienti, quindi, è più facile o più difficile?
Credo sia stato sempre difficile, perciò continua ad esserlo. Avere accumulato una certa esperienza consente di annusare subito un testo e passare oltre, anche senza eccessive titubanze, laddove si capisce immediatamente che c’è una fragilità sintattica e lessicale. È la lingua che mi interessa e si fa presto a sentire se c’è. In più, figure professionali come gli agenti letterari facilitano la selezione, comportandosi come editori ante litteram e avendo cura di proporre testi che sanno già affini ad un determinato progetto editoriale. Lo stesso vale per premi letterari e riviste che hanno il merito di accogliere scrittori esordienti e portarli all’attenzione degli operatori del settore culturale.

Quali sono le tre doti che un editor di collana deve per forza avere, secondo te?
Le stesse che deve avere chi vuole rincorrere una vita che possa dirsi appagante: passione, molta pazienza e un filo di incoscienza, come canta la mia amica Ornella Vanoni.

Se potessi invitare a cena un personaggio letterario, quale sceglieresti? E cosa gli/le cucineresti?
Karl Ove Knausgård, perché ha una famiglia molto numerosa e preferisco cucinare per molte persone che per una soltanto. E mi piacerebbe poi scoprire che la mia parmigiana di melanzane è diventata mitologica perfino in Svezia.

La scrittrice/Lo scrittore con cui ti piacerebbe lavorare più di tutti?
Siri Hustvedt. Ma a tutti darei un’avvertenza: non chiamatela “la moglie di”. Tutt’al più potete apostrofare lui come “il marito di”.