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Un caffè con... Massimo Gardella

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Massimo Gardella è nato e vive a Milano. Traduttore letterario da vent’anni, ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2009 e poi altri per Guanda e Bompiani. I suoi racconti sono stati pubblicati su diverse riviste e antologie. Come traduttore ha curato l’edizione italiana dei primi due volumi della trilogia di Brian Catling per Safarà, oltre a Jerusalem di Alan Moore (Rizzoli Lizard, 2019), La stagione della strega di James Leo Herlihy (Centauria, 2019) e collaborato con diversi editori tra cui Mondadori, Rizzoli, Garzanti, Neri Pozza, Feltrinelli, Tre60 e ISBN.




Sei anche uno scrittore. Questo per tradurre è un valore aggiunto o potrebbe diventare paradossalmente un limite?
Sono due processi diversi. La traduzione implica rispettare un altro stile e ritmo, quelli dell’autore e del libro da tradurre, e adattare il proprio modo di scrivere alla trasposizione della creatività altrui. Essere scrittori e traduttori può sicuramente essere un valore aggiunto, ma anche superare il limite entro cui si interviene con la propria voce o sensibilità sull’opera di qualcun altro è un rischio da considerare. Bisogna separare le due cose: scrivere per sé, e scrivere per rendere un’altra voce e un altro pensiero.

Qual è l’autore che ti ha lasciato di più dentro e quale invece quello che è stato più difficile tradurre?
La risposta vale per entrambi i casi: Alan Moore con il suo Jerusalem, un’opera monumentale, straripante, delirante, di ostentata superbia nei confronti dei lettori, piena di impicci e ostacoli eppure unica. Definirlo romanzo è anche riduttivo. È più un poema epico in prosa. Tradurlo è stata un’impresa, un vortice che prende il lettore e lo catapulta per 1500 pagine in un’allegoria di lucido cinismo e gloria mistica, allucinata e poetica descrizione del nostro presente e profezia del futuro. È un’opera che esonda riferimenti alla cultura, all’arte e alla letteratura inglesi. Un capitolo - e in un libro così parliamo di decine di pagine di lunghezza - ha per protagonista la figlia di James Joyce, Lucia, promessa stella della danza a Parigi negli anni Venti e con una storia toccante, ed è scritto in linguaggio polisemico, lo stesso usato da Joyce nel Finnegan’s Wake, a tutt’oggi considerato al limite del traducibile. Moore non fa sconti al lettore (figuriamoci al traduttore), non inserisce alcuna nota, nessun tipo di esegesi per offrire un appiglio ai suoi costanti riferimenti. Un’opera pazzesca. L’ho anche odiato, ma alla fine, dopo qualche anno - iniziai la traduzione nel 2017, per un anno e mezzo di lavoro - mi capita di pensare a Jerusalem e alla sua natura di libro "totale". Sotto lo sfoggio dell’immaginazione a briglie sciolte di Moore, poi, si nasconde una storia bellissima e universale, da narratore puro.

Due errori che un buon traduttore non deve commettere mai?
Il più grave credo sia quello menzionato sopra di non lasciare mai che il gusto e la voce personali modifichino il senso e il rispetto dell’opera originale. Detto questo la traduzione, soprattutto nella letteratura contemporanea e di genere - per esempio molti young adults - richiede spesso di interpretare espressioni gergali o neologismi con equivalenti italiani affini se non inesistenti, e in questo caso l’errore da non commettere è di mantenere troppa fedeltà letterale. Per tradurre a volte si deve intervenire con la propria creatività, poi comunque sono soluzioni di gusto che a volte vengono cambiate insieme all’editore italiano, con la redazione. Un altro errore, ma forse più un consiglio a chi volesse intraprendere questo lavoro, è quello di non sottovalutare certe traduzioni, magari di genere commerciale o mass market, solo perché non appartengono alla letteratura di fascia alta o di preferenza personale come lettori. Tradurre è una professione, e ogni libro ha la sua dignità; se si accetta di tradurne uno, bisogna entrare comunque nel suo mondo e rispettare le sue regole, senza snobismo. Anche quando è solo mestiere.

Come ti prepari ad affrontare un nuovo testo?
Di solito leggendo il libro e prendendo qualche nota su come rendere certe espressioni. Comincio a tradurlo mentalmente, diciamo.

Se potessi vivere per un giorno la vita di un personaggio letterario, quale sceglieresti?
Palmer Eldritch, il demiurgo de Le tre stimmate di Palmer Eldritch di Philip K. Dick, perché nel suo caso un giorno equivarrebbe a una vita intera, e infinita.