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Un chien andalou

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Un uomo con una sigaretta in bocca affila la lama di un rasoio. Quando è soddisfatto del suo lavoro esce sul balcone e alza gli occhi verso il cielo, dove una nuvola sottile sta correndo veloce incontro alla luna piena. Nello stesso momento in cui la nuvola “taglia” il globo lunare, l’uomo rientra in casa, si pone alle spalle di una donna che siede impassibile e, tenendole l’occhio sinistro bene aperto, lo taglia con la lama che ha appena affilato. Dall’occhio cola una goccia di sangue. Una didascalia ci porta a otto anni dopo: un uomo vestito in modo piuttosto bizzarro, con delle strane mantelline bianche alle spalle, ai fianchi e sul capo, si aggira in bicicletta per le vie deserte della città. Il suo abbigliamento ricorda da vicino quello della Merlettaia di Veermer la cui riproduzione fa mostra di sé nel libro che una donna, la stessa a cui nel prologo è stato tagliato l’occhio, sta leggendo nel centro della sua stanza. Forse avvertendo il rumore della bicicletta, la donna lascia cadere il libro e si avvicina alla finestra: in quel preciso momento, l’uomo cade a terra. La donna scende in strada e lo soccorre. Poi l’uomo e la donna si ritrovano nella stanza, ma succede una cosa strana: la mano dell’uomo ha al suo centro un foro da cui escono formiche, immagine che si trasforma prima in quella di un’ascella femminile, poi in quella di un riccio di mare...

Capolavoro assoluto del cinema surrealista, Un chien andalou è un famosissimo cortometraggio del 1929, frutto della collaborazione tra il regista Luis Buñuel e il pittore Salvador Dalì. Anche se in apparenza le varie scene possono sembrare completamente scollegate tra di loro, esse presentano in effetti dei rimandi interni che si prestano alle più svariate interpretazioni, soprattutto in chiave psicanalitica e simbolica. A quasi un secolo dalla sua uscita il film mantiene una incredibile capacità di suggestione, testimoniata dalle miriadi di riferimenti che ancora oggi gli vengono tributati nel cinema, nella letteratura e nelle arti visive. Anche Andrea Cavaletto, evidentemente, rientra nella folta schiera di spettatori che sono rimasti ammaliati dalla visione di Un chien andalou e che per un motivo o per l’altro non sono riusciti a togliersi dagli occhi e dalla mente le sue enigmatiche sequenze (una su tutte, quella del taglio iniziale dell’occhio, a buon diritto una delle immagini più famose della storia del cinema). Così, ha deciso di tentare un’impresa da far tremare i polsi: tradurre in fumetto l’intero cortometraggio, riproducendolo fedelmente fotogramma per fotogramma. L’unica licenza poetica che si è concesso riguarda l’uso del colore, che si distacca dal bianco e nero originale del film. L’operazione può dirsi solo in parte riuscita: il lavoro di ricostruzione è davvero apprezzabile, ma il fascino del cortometraggio originale risulta, come forse era anche inevitabile, comunque irraggiungibile.