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Un colpo da pochi milioni

Un colpo da pochi milioni

In una ricca e apparentemente tranquilla città di provincia, in continua trasformazione per stare al passo con la modernità, Vincenzo Sabelli, autore di uno delle più famose rapine degli ultimi decenni, viene rilasciato per buona condotta dal carcere dove stava scontando ventidue anni, due anni prima del previsto. Per reinserirlo nella società, gli viene dato un piccolo appartamento in affitto e viene assunto tramite il Comune per un lavoro come giardiniere nella ditta gestita da Gino, un ex detenuto che ha trasformato un lavoro assegnatogli in una passione e quasi una missione, ovvero tener pulito, in ordine e rigoglioso il verde cittadino. Sabelli non ha nessuno ad aspettarlo fuori dal carcere, non una donna o una famiglia. In qualche modo però, lo aspetta il Commissario Tretti, l’allora ispettore che lo aveva arrestato e che aveva fatto di tutto per convincere il tribunale ad infliggergli il massimo della pena, con il timore che in caso contrario ci sarebbe stato un crescendo di atti criminali più o meno gravi in città. Oltre a lui, Gherardi, il cronista che ha seguito la vicenda al tempo della rapina e che ha continuato a fargli qualche breve visita in carcere, che vorrebbe finalmente conoscere tutta la storia. Nonostante quello sia considerato uno dei più grandi colpi del secolo, perfettamente riuscito in quanto la refurtiva non è mai stata trovata e gli indizi trovati solo superficiali, l’unico condannato della banda risulta Sabelli, solamente a causa della tenacia e dell’interesse continuo del Commissario Trezzi per questo caso. I tre complici di Sabelli non sono mai stati né trovati, né condannati: gli stessi lo hanno interpretato come una sorta di segno e si sono ben inseriti all’interno del tessuto sociale, lavorando onestamente e rigando dritto. Nonostante il tempo passato e il segreto mantenuto, Sabelli non tarda a contattare i complici di un tempo, per entrare in possesso della sua parte della refurtiva, che spera di riavere, e per condividere con loro una nuova brillante idea...

Principalmente attivo nel settore del cinema, Pallanch qui ci regala un noir relativamente breve, scorrevole, leggero e al tempo stesso avvincente. A differenza di altri romanzi dello stesso genere, Un colpo da pochi milioni inizia già parlando del colpevole, dell’autore di quella che è considerata una delle più grandi rapine degli ultimi decenni, anche senza sapere ciò che è stato effettivamente rubato. L’intero romanzo, infatti, si concentra non sui dettagli che portano alla cattura del colpevole, ma della storia e dei retroscena della rapina, del piano minuzioso pianificato per anni da Vincenzo Sabelli, soprannominato gentleman, un criminale che non ha mai usato la pistola, perché preferisce studiare tutto con attenzione, vagliando abitudini e strategie, soppesando pro e contro, verificando di persona, aspettando il momento giusto e creando una serie di fatti e vicende solamente per lo scopo ultimo che aveva in mente: rapinare la banca di paese prendendo la cassaforte con dentro i risparmi degli abitanti della zona, dai contadini che vivevano un momento fortunato ai piccoli imprenditori, risparmiatori e lavoratori. I personaggi del romanzo sono pochi, talmente caratterizzati da poter essere tranquillamente reali, senza eccessi, con la semplicità e quasi banalità di chi conduce vite lineari nei limiti della legge. Inoltre, pochi chiari concetti sono presenti e si evolvono insieme ai personaggi. Primo tra tutti il concetto di giustizia: si scopre che non tutto è bianco o nero, bene o male, talvolta le sfumature di mezzo sono quelli che possono essere attuate e realizzate, che sacrificano in parte la giustizia stessa, ma danno risultati sorprendentemente positivi che applicando alla lettera la giustizia, astratta, non avrebbero regalato gli stessi frutti. Un’altra chiave di lettura è l’importanza del tempo e del cambiamento, le ore che scorrono lente in carcere, giorni tutti uguali, uno dopo l’altro, lenti, quasi sfocati, senza distinzioni: una manna dal cielo per chi è superficiale, una condanna ulteriore per i riflessivi, chi vuole pensare, analizzare il passato e il futuro. Il cambiamento, inesorabile, è l’altra grande lezione del romanzo: se vent’anni all’interno di un carcere possono dare l’impressione di staticità immutabile, il mondo esterno non si ferma, vive il progresso, l’evoluzione della società e del modo di vivere. In fondo, anche chi si sente sempre lo stesso, di fronte a nuove situazioni, si sente anch’esso cambiato.