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Un delitto fatto in casa

Un delitto fatto in casa

La roulette, le sigarette sottili, fiumi di alcol e il patrimonio che si sta assottigliando. Ecco di cos’è fatta la vita (ormai agli sgoccioli) di Laide Simonis, “una Isa Miranda settantenne” che vive in Boulevard de Cimiez a Nizza. La sua rovinosa caduta dal balcone del quinto piano, da tutti vista come un suicidio, finisce per rovinare il weekend natalizio della famiglia Guarienti, riunita tra Cap Ferrat, Bra e le colline torinesi. Il patriarca, l’ing. Cesare, tiranneggia l’azienda di costruzioni di famiglia e il nipote-delfino Dado (figlio del defunto fratello Gioacchino e della sensuale Adriana). L’ex moglie, Anna di Lauriano, è la custode del palazzo nobiliare di famiglia e delle sue antiche tradizioni, oltre ad occuparsi del fratello Zeno (docente universitario di chiara fama), e dei figli Silvia (impegnata in una stanca relazione con il parigino Michel) e Sebastiano (ironico autore cinematografico ancora innamorato del suo ex, Duccio). Completano il quadro Nini, la sorella di Cesare, con suo marito Berto, e tutti i domestici delle proprietà dei Guarienti (dalla cuoca Irma, che cucina per l’ingegnere da sempre, al neo arrivato autista Marcello). Apparentemente nessuno sembra accorgersi della morte della signora Laide, e quindi il Natale procede come da programma fino all’attesissimo annuale concerto di S. Stefano, nella chiesa di S. Andrea a Bra. È l’evento dell’anno, patrocinato dalla famiglia, ma a cui partecipa tutta la città, dalla tabaccaia di via Vittorio (accompagnata dalla madre, ex cameriera alla villa dei Guarienti) fino all’informatissima Clelia Usuelli, ricca custode dei pettegolezzi cittadini. Sarà Duccio, testimone del fattaccio e custode delle ultime parole urlate da Laide prima di toccare il suolo, a portare l’omicidio, come un pacco regalo, sotto l’albero di Natale dei Guarienti. Solo così si potranno sopire vecchi rancori e (quasi) tutti potranno, finalmente, voltare pagina…

Il romanzo d’esordio di Gianni Farinetti, braidese doc, ci regala una verace rappresentazione delle upper classes piemontesi. All’ambigua ricchezza dell’imprenditoria borghese e alla solenne austerità della nobiltà sabauda, si unisce il fascino noir del mistero. Inserendosi nel solco già tracciato dalla Christie e poi ripreso recentemente anche dalle antologie Sellerio, ci si ritrova immersi nella magia infantile e giocosa del Natale, condita con un enigma solo apparentemente già risolto. Non si sente affatto la mancanza della predominante figura del detective, l’unico capace di dipanare l’intricata matassa, perché quello spazio viene occupato dall’attenta analisi dell’ipocrisia dei numerosissimi personaggi che affollano queste pagine. Quella che Farinetti fa di ognuno di loro è una caratterizzazione minuziosa, che non condanna né assolve nessuno, ma che permette di conoscerli tutti, scoprendo segreti che forse nemmeno loro stessi sarebbero pronti a rivelare. La stessa attenzione viene riservata alla “scenografia” (antichi castelli, palazzi patrizi, parrocchie rococò e attici nizzardi), nessuno dei quali sfugge all’occhio attento dell’autore. Camminando attraverso camere lussuose e ampi saloni, egli ce ne descrive l’antico mobilio e i raffinati suppellettili, finendo perfino per riportarne l’odore. Si finisce, quindi, involontariamente catapultati in una storia d’altri tempi e ci si muove fluidamente da un filone narrativo all’altro, divorando il romanzo capitolo dopo capitolo. Il colpo di scena finale, con la risoluzione del mistero, non è però una scontata vittoria del bene, perché, anche in queste pagine, non ci sono diavoli, ma solo medi peccatori.