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Un filo di luce - Nel labirinto del tempo

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Nel labirinto del tempo tra dolore, mancate verità, dubbi “si veste di luce / la parola del poeta / per ritrovare l’uscita”: ecco il ruolo del poeta, una guida, che si carica sulle spalle la responsabilità di gestire il viaggio verso la luce (forse la verità?), lui che vede oltre, che scorge l’inaccessibile al resto dell’umanità; compito ingrato, perché “L’assenza è grande / come il deserto”, compito non scelto (se è vero, come è vero, che la poesia è un dono di grazia) ma necessario. A volte essere poeta non è sufficiente però e “Come Sisifo / siamo condannati / a riportare in alto / le domande / cadute sulla terra” cioè a risalire al principio creatore per cercare risposte (a ricominciare in continuazione, come Sisifo col proprio masso). Per assolvere al suo compito, il poeta ha necessità di manovrare “la chiara ortografia della luce” e “non la storta sillaba e secca…per raddrizzare l’animo nostro informe (versi della poesia Non chiederci la parola di Eugenio Montale); si necessita di una parola non ermetica ma immediatamente assimilabile, una parola che non si apra a mille soluzioni di significato, perché la strada verso la luce / salvezza ha già molte asperità (dubbi, menzogne, disagi), spesso create dall’uomo stesso (“Rifiuti di plastica / trai pesci che perdono / l’ossigeno del mare. In cimiteri di plastica / smarrita si spezza / la luce del sole”) e non è il caso di aggiungerne altre. Come si attua in “concreto” l’azione del poeta? In modo decisamente umile: “Per le strade / crude oscurità / raccoglie nel verso / il poeta spazzino. / Deriso porta / un raggio di luce / per pulire il cammino”; non certo un poeta vate, non un poeta che porta con sé un’azione sapienziale, ma un modesto raccoglitore che si mette al servizio dell’Altro e gli ripulisce la strada…

Poesia da manuale quella del pugliese Antonio delle Noci, che ha al suo attivo già numerose pubblicazioni, come densa di tutto ciò che tecnicamente la rende tale: figure retoriche (molte), musicalità, ritmo, linguaggio non quotidiano. Ogni testo offre ampia possibilità di ricerca e di studio ad un lettore sufficientemente preparato. Vi sono versi presi da Montale e da Leopardi, altri che fanno il verso anche a Dante, se non altro come affinità di suono. Oltre ai versi montaliani citati in precedenza fanno capolino Le magnifiche sorti e progressive da La ginestra del poeta recanatese, un “Tanto gentile” che ci riporta al sonetto dantesco (come incipit di una poesia della sezione dedicata al Coronavirus) e “…luna giovinetta” che “tradisce” un’assonanza con la “diletta luna” della poesia Alla luna di Leopardi. Tutto ciò va chiamato col suo nome: intertestualità. Poesie del tempo, evocato come il suo trascorrere, come passaggio di stagioni, come parti della giornata, come memoria del tempo passato (i riferimenti alla madre scomparsa, i ricordi della giovinezza), poesie dal tema ecologico, poesie dedicate anche alla pandemia, come dicevo. Si sa poi che ogni poeta ha un proprio lessico, parole preferite, personalmente significative, che ritornano spesso. In questo caso particolare sono luce, luce del sole, memoria, notte, sera, raddrizzare, silenzio, primavera, madre, bianco. Detto questo, ché più che recensire sto spulciando da critico (mi si perdonerà), le poesie di questa raccolta non fanno un lungo viaggio, nel senso che non si spostano più di tanto dalla pagina al profondo del lettore, vuoi per un linguaggio antico (ma ovviamente ogni poeta ha un suo proprio linguaggio e stile, per carità) vuoi per una ricerca quasi spasmodica di effetti retorici (poliptoto, anafora, allitterazione, iperbato, epanadiplosi, ) che rendono tutto “troppo”: se sia effetto della revisione, del labor limae o di una spontaneità non saprei dire. Le poesie poi riferite al Covid-19 non trasmettono il pathos che ci si aspetta. Un buon libro di poesie, per chi ama questo tipo di stile, ma non di impatto.