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Un gioco che non sono io

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Non appena sentiamo la parola “gioco” la nostra mente va all’infanzia. All’innocenza. È una parola morbida, tonda, con quelle due “o” all’interno e alla fine. Eppure, in espressioni come “questo non è un gioco” o “prendersi gioco di qualcuno”, ecco che la parola va a sottolineare la leggerezza con cui si sta gestendo una situazione dolorosa, con cui si sta sottovalutando la gravità di un gesto o celando l’inganno insito in un’azione. “Gioco” non è più dunque sinonimo di innocenza, purezza e complicità ma occulta ipocritamente sopraffazione, sopruso, violenza. Perché quando a divertirsi è solo una persona significa che l’altra non sta partecipando al gioco. O peggio, non ha mai chiesto di parteciparvi. E così, quando il gioco cessa, “un gioco di fanciulli / una guerra finta, di sudore e risate / si narra di braccia acerbe, castelli e fate / oppure un orrore, un terrore irrefrenabile”, e a cui segue “il fiorire sulla pelle di voragini nere” ecco che il corpo diventa “la congiunzione perfetta/tra il compromesso e la/periferia della […] rabbia.” E si diventa “fiume esaurito / che non arriva mai al mare” nonostante la “vita ti batte sul petto / e ti rammenta il respiro / questa grande miseria d’ossigeno e di sogni.” Perché sebbene la resilienza sia non solo necessaria, ma anche in qualche modo fisiologica, ciò non significa che sia meno dolorosa. Reagire si fa lotta interiore, invisibile seppur titanica: “nessuno vede la stanchezza / la fatica delle ossa, delle cellule / le loro domande, le non risposte / e la presunta meraviglia del vivere / che ti supera alle spalle e ti lascia sempre solo”…

Un gioco che non sono io è la raccolta di diciannove poesie scritte da Elisa Cordovani. L’autrice, impegnata nel sociale attraverso attività di volontariato in un centro antiviolenza e in un’associazione che assiste i bambini ammalati di cancro, si fa portavoce del dolore, lacerante, abbacinante e spesso taciuto, di donne vittime di violenza. Lo stupro, oltre che profanazione di un corpo, è anche e soprattutto profanazione di mente e spirito. È la prevaricazione di quei limiti fisici e psicologici che permettono di definire noi stessi. Una volta violati, i danni diventano strutturali e reggere il peso delle conseguenze diventa assai arduo. Attraverso la poesia, Cordovani non solo riporta esperienze sicuramente inenarrabili per chi le ha vissute sulla propria pelle, ma fa anche un atto di creazione e così, dal fango della violenza dà vita alla preziosità della parola in versi. La poesia diventa mezzo di analisi, messa a fuoco, riconsiderazione, perdono di sé, elegia. La suggestività delle immagini liriche è poi tradotta in immagini evocative dall’illustratrice vicentina Alice Walczer Baldinazzo che fonde abilmente la gradevolezza e la delicatezza del tratto all’intensità della scena rappresentata, alternando la morbidezza di corpi avvolti in se stessi, in una posa di protezione che richiama l’ancestrale ventre materno, alla spigolosità di arti moltiplicati e sincopati in combutta fra loro e sbavature di uno smokey eye che rende confusa e ambigua la percezione tra il giocoso imbellettamento di seduzione femminile del nero intorno agli occhi, che forse trucco non è.