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Un gioco da ragazzi

Un gioco da ragazzi

La storia di Mario e Vincenzo comincia come quella di tutti noi, dall’incontro di due persone che poi ci daranno la vita, ci cresceranno e faranno di noi quello che siamo. Carlo Scarrone e Anna Rustici non potrebbero essere più diversi, eppure si innamorano, si sposano e mettono su famiglia. Mario e Vincenzo - nati a poco più di un anno di distanza - per tutta l’infanzia vivono come una specie stranissima di doppia entità, sono i figli del professore, crescono circondati dall’amore dei genitori delle nonne e della zia Margherita – “signorina”, ché nel primo dopoguerra i single ancora non esistevano – che si è immolata per tenere vivo il ricordo del padre caduto in disgrazia dopo la caduta del fascismo. Nel ’60 a sorpresa Anna resta incinta per la terza volta, è una bimba, Aurora, che porterà lo scompiglio nell’esistenza dei due fratelli maggiori che fino a quel momento si sono sentiti “il figlio unico”. Quando inizia la scuola e viene a mancare la nonna paterna, Carlo insiste perché la mamma di Anna e la sorella si spostino a vivere nell’appartamento attiguo al loro, dove viveva la sua mamma, dando così nei limiti del possibile un aiuto coi bimbi alla donna. Margherita prende molto sul serio il suo ruolo ma non riesce proprio a staccarsi da quell’idea di tradimento che secondo lei la sua famiglia ha subito quando è caduto il fascismo e senza rendersene conto, aiutando i bimbi a studiare riconduce e paragona la Storia antica a quella più recente, con discorsi e considerazioni che oggi si chiamerebbero apologia del fascismo. Le differenze fra i caratteri dei due fratelli emergono chiaramente quando nel Natale del 1966 arriva come regalo comune un mangiadischi. Sarà proprio la musica uno dei segnali che anticipa quello che i due bambini diventeranno da adulti...

Non è il primo libro che leggo sugli anni di piombo, ma questo punto di vista pulito, questa obiettività senza prese di posizione (né scomposte né composte) non ricordo di averla mai trovata. A seconda dell’opinione o dell’orientamento di chi scrive, ci sono sempre i buoni e i cattivi. Qui no. Il percorso di vita di questi due fratelli che prendono strade opposte è descritto con una vividezza tale che entri letteralmente nei panni sia di Vittorio e Mario, sia della famiglia – madre padre sorella e zia – che assistono, prima senza accorgersene e poi colpiti a morte dall’enormità della cosa, alla crescita dei due ragazzi che di giorno in giorno si allontanano sempre di più, perdendosi, non riuscendo più a dialogare, diventando due nemici che nulla (pare) hanno in comune. In quasi tutti i romanzi del genere c’è un messaggio – o almeno questo è quello che ci trova e forse cerca un lettore – qui no, c’è solo il racconto puro e semplice dei fatti, del perché e come si è arrivati a quegli anni terribili, pieni di fervore e furore. Anni cosiddetti di piombo, che a me sono rimasti appiccicati addosso (come a tutti quelli della mia generazione credo) e che hanno letteralmente dato forma a un paio di generazioni successive. Una forma malata ahimè, che saltato un giro, si trova a mettere tutta la passione politica (dove politica sta per tutto ciò che riguarda la collettività) scrivendo - perlopiù stupidaggini - sui social network. Mario e Vittorio con la loro storia “disgraziata” ci ricordano quanto sia necessario mantenere un equilibrio, quanto sia facile deragliare e perdere il controllo arrivando a commettere dapprima azioni scellerate e poi reati, perdendo di vista qualunque cosa non sia la propria ossessione fino ad arrivare a perdere completamente se stessi. Un romanzo che vale ogni minuto impiegato a leggerlo, che insegna tanto, un racconto profondo di una stagione che per l’Italia è stata fondamentale, della quale ancora oggi piangiamo i morti da una parte e dall’altra. Uno sguardo distaccato, che però va a fondo di ogni spinta emotiva, di ogni azione compiuta in nome di un’utopia. Un romanzo per capire come siamo arrivati dove siamo ora. Un libro come ce ne vorrebbero tanti.