Un uomo ricorda il rumore dell’acqua contro il vetro. Nella sua mente, il lago Michigan si stende come una lastra, e lui cammina sul fondale, ascoltando il silenzio delle bolle. È Todd Keane, genio della programmazione e fondatore della piattaforma Playground, ambiente gamificato capace di cambiare il mondo. Ma il tempo si è accorciato: una diagnosi di demenza con corpi di Lewy lo costringe a ripercorrere la sua vita come in una lunga immersione. C’è un amico, Rafi Young, brillante, figlio di un pompiere; con lui ha condiviso la scuola, le partite di scacchi e di Go, le prime ossessioni per la logica e le parole. E poi c’è Ina Aroita, artista polinesiana, che scolpisce il dolore come se fosse una forma dell’acqua, e l’anziana Évelyne Beaulieu, pioniera delle immersioni, che a novant’anni continua a scrivere del mare per “fermare il progresso”… A Makatea, isola remota della Polinesia, il mare lambisce rocce bianche come ossa. È qui che tutto converge: l’amicizia spezzata di Todd e Rafi, le battaglie di Ina e Évelyne, e il nuovo sogno capitalista di costruire delle seasteads, città galleggianti fuori dalle acque territoriali. Gli abitanti dovranno votare, aiutati da un’intelligenza artificiale che promette trasparenza e democrazia, ma ogni algoritmo nasconde qualcosa. Rafi vede in quella macchina la replica di un antico potere, mentre Todd, malato e stremato, tenta ancora una volta di giustificare la propria invenzione: un gioco infinito che ha inghiottito la realtà. Sul fondo dell’oceano, Évelyne osserva una manta che gioca: il segno che la vita, in fondo, continua a imparare da sé…

Con Un gioco senza fine, Richard Powers torna a costruire un opera-mondo: romanzo che tiene insieme tecnologia, ecologia e coscienza umana in una trama corale in crescendo. Powers intreccia tre piani narrativi – il ricordo di Todd, la vicenda collettiva dell’isola di Makatea, la voce limpida di Évelyne – con una scrittura scientifica e lirica allo stesso tempo. Come nel suo precedente Il sussurro del mondo, la natura non è scenario ma interlocutrice diretta. L’oceano diventa qui ciò che gli alberi furono ne Il sussurro: un archivio vivente, capace di rivelare quanto l’intelligenza non sia esclusiva dell’uomo. Al lato opposto, invece, l’intelligenza artificiale rappresenta il doppio inquietante, la sua imitazione più persuasiva e fragile. Il romanzo esplora il confine tra gioco e responsabilità: la piattaforma Playground, gli scacchi, Go, algoritmi, immersioni, perfino la vita stessa diventano forme gamificate, esercizi per comprendere il mondo o per dominarlo. È un tema che attraversa l’intera opera di Powers, ma qui raggiunge una maturità malinconica, amplificata dal corpo malato di Todd e dalla sua domanda finale: chi controlla chi, se l’IA comincia a scrivere la storia al nostro posto? Nella sua parte più visionaria Un gioco senza fine suggerisce che la narrazione stessa potrebbe essere un prodotto della macchina, una simulazione che riflette i nostri desideri. Ma il gesto di Évelyne, che continua a scrivere sul mare per risvegliare l’empatia, riconsegna al lettore una via d’uscita: la letteratura ci restituisce un ultimo respiro autenticamente umano. Romanzo fluviale e ipnotico, sospeso tra parabola ecologica e cyberpunk, Un gioco senza fine conferma Powers come un autore lucido, capace di unire la curiosità del ricercatore alla sensibilità del poeta. Si legge come una lunga immersione, e alla fine, riemergendo, resta addosso quella domanda che non ha risposta: se ogni gioco è senza fine, lo è anche la nostra responsabilità verso il mondo che abitiamo?