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Un incendio

Un incendio

Jivan è una giovane transessuale di Calcutta. Vive in un quartiere poverissimo, ma certo non rinuncia per questo a uno smartphone nuovo: lo ha comprato con il suo stipendio come commessa a Pantaloons e adesso, sdraiata sul letto, lo sta provando. Tanto non si può uscire di casa quel giorno, c’è il coprifuoco. C’è polizia ovunque a causa dell’attentato, della strage. La sera prima, alla stazione di Kolabagan, dei terroristi hanno dato fuoco a un treno, uccidendo più di cento persone tra passeggeri e povera gente che viveva nelle baracche vicino alle rotaie. Su Facebook non si parla d’altro. Gira un video in cui si vede una donna, “i capelli al vento, un panno bagnato sulla faccia, gli occhi rossi” che accusa la polizia di non aver fatto niente mentre suo marito e sua figlia bruciavano vivi, intrappolati nel treno in fiamme. Indignata, Jivan lo condivide sul suo profilo aggiungendo una sua frase: “Dei poliziotti pagati dal governo hanno visto e non hanno osso un dito, mentre questa donna innocente perdeva tutto”. Poi si addormenta per un po’. Più tardi torna su Facebook a controllare il post. Solo pochissimi like e un commento. Delusa e stizzita, scrive una frase ancora più pesante: “Se la polizia non aiuta le persone normali come me e come voi, se la polizia rimane a guardare mentre loro muoiono, questo non significa che anche il governo è un terrorista?”. Anche Lovely è una transessuale, una hijra più grande di Jivan e sua amica. Si guadagna da vivere andando a benedire i neonati o gli sposi durante i matrimoni, ma sogna una vita diversa. Magari a fianco del suo Azad, un traffichino che compra roba elettronica e orologi dalle navi cinesi e la rivende per la strada. Lui è innamorato di lei e parla addirittura di sposarsi, ma la famiglia naturalmente è ferocemente contraria. Lovely sogna di fare l’attrice a Bollywood e per questo segue un corso di recitazione – seppure di scarso livello, 50 rupie a lezione – ogni settimana nell’appartamento del signor Debnath assieme a “Brijesh, che fa l’elettricista; Rumeli, che vende una pomata magica contro le eruzioni cutanee; Peonji, impiegata in una società di assicurazioni; Radha, che sta studiando per diventare infermiera; e Joyita, che tiene i conti del negozio di ricariche per penne di suo padre. Kumar nessuno sa cosa faccia realmente, perché a ogni domanda si limita a ridere”. Qualche giorno dopo l’attentato alla stazione di Kolabagan, i poliziotti fanno irruzione in casa di Jivan e la portano al commissariato. Jivan è terrorizzata, cerca di capire perché è stata arrestata ma nessuno le risponde…

Il romanzo d’esordio di Megha Majumdar – nata e cresciuta in India prima di trasferirsi negli Stati Uniti all’età di 19 anni per studiare ad Harvard e ora redattrice presso l’editore Catapult Books di New York – ha ricevuto critiche osannanti oltreoceano. Ed è effettivamente un romanzo notevole, che racconta una sorta di spaventosa favola sociale e politica con uno stile davvero semplicissimo, minimale, che si intuisce ottenuto con un lavoro feroce di scarnificazione del testo. Un approccio al quale i lettori italiani (e meno ancora gli scrittori italiani) non sono certo abituati ma che in questo caso è assolutamente funzionale alla storia che si sta raccontando: la Majumdar fa parlare, pensare, agire personaggi di profonda povertà, ignoranza, naïveté e adegua il linguaggio alla loro condizione, alle loro convinzioni, alla società profondamente aliena (per noi europei) in cui si muovono. I tre principali punti di vista che si alternano durante la narrazione sono quello della giovane e ingenua transessuale Jivan, accusata senza colpa di complicità nella strage del treno, della sua amica Lovely (attraverso la quale scopriamo il mondo delle hijra), che potrebbe difendere Jivan e salvarla dalla condanna a morte per impiccagione ma rinuncia a farlo per non pregiudicare la sua piccola carriera cinematografica e soprattutto quello del Signor PT, modesto anzi sfigato professore di Educazione fisica che per puro caso (ma con opportunismo da predatore) riesce a entrare nelle grazie di Bimala Pal, leader del partito di opposizione Jana Kalyan e diventare addirittura Sottosegretario all’Istruzione, poltrona dalla quale fa di tutto – malgrado sia convinto della sua innocenza – per bloccare la richiesta di grazia di Jivan. Spiega l’autrice al quotidiano “Guardian”: “Un lettore che ha familiarità con il panorama politico indiano vedrà dove alcuni avvenimenti del romanzo si collegano alle notizie di cronaca degli ultimi anni in India, mentre qualcun altro potrebbe non cogliere i dettagli. Spero che i lettori siano comunque spinti a pensare all’ingiustizia ovunque si trovino”. E invece al settimanale “Entertainment Weekly”: “(…) La realtà è che puoi avere persone che lavorano così duramente, così seriamente, e non sono ancora in grado di ottenere ciò che vogliono. Sono sconfitti dalle circostanze. Sono sconfitti (…) da una società in cui i sistemi e le reti in cui vivono non li aiutano. Volevo vedere come qualcuno potesse provare a fare tutto bene ma potesse comunque essere sconfitto. È una forma così profonda di ingiustizia. Volevo raccontare questo”.