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Un incontro a Pechino

Un incontro a Pechino

Ad indirizzarlo in Cina è stato il professore di lingua e letteratura cinese dell’Università di Ginevra: non serve studiare una lingua nel proprio paese, bisogna andare a fare esperienza sul campo. Così Jean François Billeter, dopo gli studi in Lettere terminati nel 1961 ed alla ricerca di una futura collocazione nel mondo, ottiene una borsa di studio per andare a fare un corso di cinese. La vita a Pechino, nel 1963, non è reale: gli stranieri vivono in una bolla, fra di loro, isolati dal resto e tenuti debitamente a distanza. Per fortuna a Billeter è concesso di frequentare la signora Olga Li, nata a San Gallo ma ormai residente a Pechino: insieme alla signora Wang costituiva la metà della comunità svizzera a Pechino, ma per questioni di buone relazioni, il console non poteva invitarle entrambe. Proprio in una di quelle serate danzanti Jean François incontra Wen, una giovane dottoressa cinese che sembra corrispondere le sue attenzioni. Però non è banale per uno straniero poter frequentare e conoscere una giovane cinese, perché intorno a loro c’è il sospetto che Billeter possa essere una spia sotto copertura che, fingendosi interessato ad una relazione amorosa, potrebbe appropriarsi dei segreti della rivoluzione e rivelarli in occidente. In più, finché resta studente universitario, Jean François non può avere relazioni affettive, né sposarsi; non potrebbe nemmeno pensare di convivere nel campus con la sua compagna. Quella distanza, fisica e culturale, permette a Jean François di conoscersi meglio e di interrogarsi sui reali sentimenti per una donna che di fatto non conosce. Si incontrano clandestinamente, evitano ogni contatto, sanno infatti di essere sorvegliati da poliziotti in borghese, gli stessi che vanno a fare visita a Wen sul posto di lavoro, che la interrogano. Basta, non può continuare così, non è possibile proseguire quella finzione! Billeter rientra a Ginevra per un breve soggiorno, il tempo di fare richiesta per un’ulteriore borsa di studio ed avvisare i suoi genitori: ha deciso di sposare Wen, di dare una svolta alla sua vita con una compagna di cui sa poco, ma quel poco è già abbastanza. La richiesta di matrimonio al consolato è accettata, così come lo è dal Ministero cinese: finalmente possono sposarsi e togliere il velo a quella messa in scena. Comincia un cammino diverso, non meno faticoso...

Non è facile neanche oggi vivere a Pechino ed in Cina da straniero, perché persiste una forte diffidenza, complice la scelta maoista e l’isolamento figlio della guerra fredda. Del resto si tratta di un sentimento reciproco, nutrito in eguale misura dagli ‘occidentali’ nei confronti dei cinesi. Il romanzo autobiografico di Billeter è il racconto meditato e mediato di una amara scoperta, quella di un giovane studente che parte carico di speranze e curiosità e che invece si imbatte nella ferma chiusura di un popolo che si sforza di dare di sé un’idea diversa da quella che veramente gli appartiene. La Cina non intende far conoscere gli enormi sforzi che il suo popolo sta compiendo, anche in condizioni di ristrettezze e miseria durante la transizione democratica della repubblica popolare. Billeter ripercorre la storia di affetto e amore per la sua Wen, con la quale inizia un viaggio in un Paese ricco di opportunità, tradizioni e storia: è un percorso lungo, spesso costellato di rifiuti, censure, controllo, ma che non risparmia nulla ai suoi avventori, che non fa sconti. La Cina si mostra come uno spietato ed impersonale tiranno, capace di negarsi e di respingere. Una lettura affascinante, riflessiva, ponderata ed efficace per quel tono di caldo distacco che unisce il personaggio di un tempo allo scrittore di oggi.