Salta al contenuto principale

Un mare nascosto

Un mare nascosto

Taranto, autunno ’93. Giancarlo Cito, il nuovo Duce, il Masaniello redivivo, il Le Pen dello Ionio, riesce a farsi eleggere sindaco. Esponente della destra e volto solo apparentemente nuovo nel quadro della politica locale, governa la città mantenendo una vecchia e logora sudditanza nei confronti dei poteri forti, unita alla brama di entrare nel gioco delle parti. Impiego di At6, la sua tv privata, calunnia sistematica contro gli avversari e metodica dissoluzione del dialogo i metodi impiegati per diventare primo cittadino. Eppure il consenso, negli anni in cui è in carica, rimane abbastanza compatto. Causa della sua occupazione del potere è stata anche la mancanza di una efficace opposizione della sinistra, ormai disconnessa da quell’ampio strato di società, che dopo l’apertura dell’Italsider, fortemente voluta dal Pci, aveva garantito per oltre un trentennio un serbatoio di voti cospicuo, e soprattutto incapace di rivisitare radicalmente i problemi della città. Il progressismo di sinistra tralascia la working class, troppo concentrato sul ceto medio e gli imprenditori, volano dell’economia e della società, anche se Taranto non ha un humus sociale che favorisca lo sviluppo delle piccole e medie imprese. Nel ’95 a seguito dell’accusa del Tribunale di Lecce per concorso esterno in associazione a delinquere di stampo mafioso, Cito viene destituito, ma riesce a farsi eleggere deputato, mentre la poltrona di sindaco passa al suo delfino, Mimmo De Cosmo. Ancora nel ’97 è investito da una nuova inchiesta giudiziaria per concorso in concussione. Nel frattempo, Taranto vive in un rapporto di sudditanza rispetto all’Italsider, in nome di un industrialismo sostenuto anche dai partiti di sinistra, ritenuto l’unico modo, se non per eliminare, almeno per limitare il sottoproletariato urbano, a costo di sacrificare l’ambiente, l’assetto urbanistico e le condizioni di vivibilità. Nascono così i quartieri-ghetto, come Paolo VI e la Salinella, si afferma la figura dell’operaio-massa, del “metalmezzadro” e Taranto si divide in due. Da una parte la città vecchia, quella della cattedrale di San Cataldo, dall’altra la città nuova, risultato dell’industrialismo e del boom edilizio, ciascuna con il proprio microcosmo di vita…

Un mare nascosto risale a poco più di vent’anni fa. Pubblicato all’inizio del 2000, si tratta di un reportage dal taglio narrativo, genere stilistico amato da Alessandro Leogrande, in cui l’autore osserva al microscopio e seziona la città di Taranto. Con il livello di puntualità e di approfondimento a cui ci ha abituati con i suoi libri, l’autore scrive di politica, storia, sociologia, inchieste giudiziarie, facendo emergere la struttura sociale, ma anche il cuore e l’anima di una città, risultato di uno sviluppo politico perverso, ma paradigmatico, espressione di una classe dirigente impura, di una sinistra poco progressista, non rivolta alla classe operaia. E ai limiti della sinistra dedica infatti un capitolo, nel quale evidenzia chiaramente la divaricazione creatasi negli anni tra il Pci (poi Pds e ancora Ds) e il tessuto cittadino, dopo che la sinistra si era fatta sostenitrice della costruzione della grande fabbrica, ottenendo vasti consensi tra la nascente classe operaria. Al di là dell’analisi politica, Leogrande dedica attenzione alle condizioni di lavoro e di vita degli operai, nell’Italsider e nei nuovi quartieri dove alloggiano, un aspetto questo che si ritrova abitualmente nell’autore, sempre molto attento alle dimensioni vitali e marginali degli ultimi, dei poveri, del sottoproletariato. Non mancano alcune considerazioni, piuttosto amare, sui giovani. Partendo dalle considerazioni che Ignazio Silone aveva espresso sull’uomo meridionale in Uscita di sicurezza, riflette sulla capacità delle nuove generazioni, dei giovani degli anni Novanta, di rendersi parte attiva in quest’universo decadente. Eppure l’autore una formula perché Taranto non rimanga senza sogni ce l’ha. Benché siano trascorsi ormai parecchi anni, Un mare nascosto conserva un valore aggiunto, come del resto gli altri contributi che l’intelletto di Leogrande ha regalato alla comunità dei lettori.