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Un mondo quasi perfetto

Un mondo quasi perfetto

Quando la bambina esce dal corpo di Bea il suo colore è scuro come quello di un livido. Bea brucia il cordone ombelicale in un punto qualsiasi, mossa dall’urgenza di separare la propria carne da quella della piccola e poi lo srotola dal collo sottile di questa. Anche se sa che è inutile poiché la bambina è nata morta, Bea sente di dover dedicare se stessa a questa figlia che non conoscerà mai la vita. Così raccoglie la bambina tra le mani, le picchietta sul piccolo e morbido petto e le soffia qualche respiro nella bocca. Tutt’intorno il silenzio è rotto dal frinire dei grilli. Fa caldo e il sudore le pizzica la pelle. Bea scava una piccola buca nel terreno e vi depone prima la placenta e poi il corpicino esanime della figlia che, ancora umido, si appiccica alla terra brulla. La madre ricopre la piccola con altra terra e poi aggiunge delle foglie secche mentre gli animali, avvertendo la presenza di un cadavere, iniziano ad avvicinarsi. Madeline avrebbe chiamato la bambina se fosse sopravvissuta, ma ormai tutto è finito. Bea si meraviglia di essere in grado di provare ancora sentimenti perché le Terre Vergini le hanno sottratto ogni afflato emotivo. Ha deciso di partorire Madeline da sola ma adesso deve andare via e, prima di fare ritorno all’accampamento dove gli altri membri del gruppo sono in attesa, decide di deviare per recarsi nel suo posto segreto, in quella grotta dove suo marito Glen e sua figlia Agnes la aspettano inginocchiati nella terra...

È con questa scena dura, con questo pugno nello stomaco che ha inizio il romanzo della scrittrice americana Diane Cook. La storia, scritta con maestria e stile scorrevole ma incisivo, si colloca a pieno titolo nel genere della distopia in quanto mette in scena un mondo futuro e possibile, non troppo distante dall’attuale, nel quale lo smog e l’inquinamento dovuti allo sviluppo incontrollato delle città logorano e consumano l’umanità facendola ammalare e conducendola alla morte. È per questo che Bea e suo marito Glen decidono di scappare dalla città e di avviarsi lungo un percorso pieno di pericoli e incertezze che li condurrà nello Stato delle Terre Vergini, dove saranno le cavie di un esperimento finalizzato a indagare la capacità dell’essere umano di convivere con la natura senza distruggerla. I due lo devono alla figlia Agnes, malata e consumata dall’aria nociva della città. Il gruppo in cui i tre viaggiano dovrà improvvisarsi esperto delle più disparate abilità per sopravvivere: cacciare, pescare, raccogliere, tenere a bada le bestie feroci. Eppure, nonostante questa esperienza sia in grado di rinvigorire la salute di Agnes, Bea non può fare a meno di notare come l’allontanamento dal vecchio mondo coincida con un allontanamento della figlia da lei. La scrittura della Cook sa mettere in scena l’atavico dilemma del rapporto uomo-natura con uno stile apocalittico e avventuroso. Il testo è ricco di immagini, descrizioni, azioni, personaggi e dialoghi: un mix perfetto ed equilibrato per rendere la lettura gradevole e affascinante. Il lettore viene catapultato nel viaggio di Bea e di sua figlia e reso partecipe dei dilemmi, talvolta anche etici, che via via si pongono. Un romanzo attuale, dunque, che coniuga i temi cari al genere post-apocalittico e un sottile approccio introspettivo. Una storia che mentre mette in guardia dalle conseguenze che la modernità rischia di comportare per il genere umano, non dimentica di evidenziare come anche nella catastrofe più grave le relazioni umane hanno il loro peso e la loro bellezza. Una lettura estremamente attuale che sa affascinare e intrattenere senza rinunciare al compito di far riflettere, come solo la vera letteratura sa fare senza risultare pedante o inutilmente didascalica. Un’opera attualissima, ma destinata a rimanere.