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Un nido in testa

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Martino ha scritto un libro senza averne letto neanche una parola. No, non è un paradosso. Se ha potuto dedicarsi al suo romanzo autobiografico è stato grazie all’assistente virtuale Alex, la voce del sistema operativo che legge per lui. Certo, nonostante il contributo prezioso, Alex non è in grado di cogliere quelle sfumature e quelle ambiguità che rendono una lingua tanto ostica quanto affascinante. Come le intonazioni o le parole omofone, che in inglese – lingua in cui Martino scrive, parla e lavora – abbondano. Ad esempio, ci sono son “figlio” e sun “sole” che Alex confonde. Anche se a Martino non dispiace questo robotico refuso. Suo figlio Miro è un po’ il suo sole. Martino batte al computer una frase, ma dopo poco non si ricorda quello che ha scritto. E pensare che prima che gli “alieni” invadessero il suo cervello danneggiando lettura e memoria a breve termine, Martino con le parole ci lavorava: era sceneggiatore, videomaker e produttore. È operando in questo ambiente che Russell Brand è diventato uno dei suoi più cari e intimi amici. Con il comico e attore inglese, Martino ha condiviso a Londra le sue prime avventurose esperienze nel campo della produzione televisiva. Certo, avere come socio e collega questo spilungone allampanato e bislacco non è sempre una passeggiata: stare dietro ai suoi colpi di testa o lampi di genio (buffo come le due cose spesso si sovrappongano), può comportare una certa dose di imbarazzo e complicazioni. Ma se non fosse stato per Russell, quasi certamente Martino non avrebbe potuto raccontare la storia della sua personale battaglia contro gli “alieni” che hanno preso il controllo della sua testa. È il 2011. Los Angeles. Sono giorni che, lavorando a una sceneggiatura, mal di testa lancinanti gli annebbiano mente e vista. Saranno sicuramente la tensione e la stanchezza. È sufficiente mangiare meglio, fare un po’ di moto e tracannare qualche bel beverone vitaminico e tutto passerà. Passano poche ore e Martino si ritrova a vagare per le strade della città in preda a un dolore così lancinante da avere un effetto anestetizzante sulle sue percezioni: i suoni giungono ovattati, le luci lo disorientano. Quando si sveglia, Martino si ritrova nel letto di un ospedale…

Leggere Un nido in testa di Martino Sclavi, sceneggiatore, videomaker e produttore cinematografico è come venire investiti da un’ondata di freschezza e di joie de vivre. Rimarchevole. Se si pensa che il racconto si dirama a partire dalla scoperta del suo tumore al cervello (un glioblastoma multiforme) per poi ruotare attorno alla sua personale lotta per debellarlo, accettarlo e infine conviverci. La narrazione è organizzata su due livelli temporali, che alternandosi e intrecciandosi, si distinguono non solo per l’indicazione di data e città che inquadrano i momenti salienti della vita dell’autore, ma anche visivamente attraverso la scelta di due font diversi. Lo stile di scrittura si fa così specchio della rinnovata esperienza di scrittura per Martino. Il testo appare infatti come un patchwork di ricordi, riflessioni, annessi di e-mail ad amici e familiari, pagine di diario personale, note meta-testuali, monologhi e dialoghi in cui Martino si rivolge direttamente al lettore… Insomma, una serie di generi testuali cuciti assieme con cura e determinazione – come i cappelli e le borse che l’autore confezionava con impegno per sé e per gli altri – a creare una colorata, leggera e autoironica narrazione di resilienza. In questa preziosa autobiografia, il cancro non diventa un’ombrosa presenza che tutto copre e tutto oscura. Anzi. Attraverso un intelligente gioco di contrasto, emergono e si susseguono innumerevoli momenti di luce come i rocamboleschi episodi con Russell Brand, l’esotico e sfarzoso matrimonio di Brand con Katy Perry in India, la descrizione del medico che lo inizia all’ipnosi che gli ricorda il buffo Ned Flanders, le digressioni sui coloriti membri della sua famiglia. Il pensiero convergente che contraddistingueva Martino è poi sintetizzato nel titolo del libro, in inglese The Finch in my Brain, ossia il “fringuello nel mio cervello”. Era così infatti che l’autore identificava il “buco nel suo cervello”, conseguenza dell’asportazione chirurgica della massa tumorale: “Da quando ho cominciato a vedere il buco nel mio cervello come un fringuello, questo è diventato un simbolo di calmo e tacito accordo tra me, la vita e la morte”. Martino Sclavi si spegne nel marzo 2020; l’amore di amici e familiari ha preso corpo nelle prefazioni e postfazioni dell’edizione italiana pubblicata da Laurana Editore, arricchita anche di foto che vanno a rafforzare il sentimento di simpatia che il lettore inevitabilmente proverà nei confronti di Martino.