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Un odio perfetto

Un odio perfetto

Woodstock è la cittadina scelta dalla giovane Lucy come meta finale di quella che sembra a tutti gli effetti un’angosciosa fuga da un ex fidanzato violento che la stalkerizza. Ma sin da subito la ragazza ha la sensazione di essere spesso spiata e che spariscano, a intervalli regolari, alcuni effetti personali dalla sua abitazione. Lucy avrebbe molto bisogno di essere accolta da qualcuno che la stimi e le doni serenità e affetto: ben presto le sembra di esserci pienamente riuscita con una coppia di vicini, Vera e John. I due sembrano amarsi pienamente l’un l’altro e nel contempo sono pienamente inclusivi e protettivi nei confronti della nuova arrivata, ma Lucy si avvede che, in generale, nella comunità di Woodstock non sono ben visti: dapprima la mette sull’avviso un’altra vicina, Maggie; poi lo stesso avviene con l’attuale padrona di casa di Lucy, Rachel, ex amica della coppia ma che non si è affatto lasciata bene con John e Vera. Costoro, approfondita rapidamente la conoscenza con Lucy, la mettono a parte di un loro momentaneo “piano di fuga” dalle maldicenze di paese nei confronti di John, che è stato accusato di violenza sessuale da una minorenne cui dava lezioni di arte pittorica e che vuole inscenare, con l’aiuto delle due donne, una “finta morte”, che potrebbe aiutarlo forse anche dal punto di vista delle quotazioni dei suoi quadri. Dal momento in cui i tre decidono di mettere in pratica tale progetto, un infinito e drammatico crescendo di eventi, di morti, di tensione precipita Woodstock in una giostra labirintica in cui nulla è ciò che sembra…

L’abilità di Leah Konen nel dosare la suspence è uno dei cardini di un thriller molto riuscito, a partire dal prologo lento e descrittivo fino ad arrivare al vorticoso “doppio finale”: i personaggi sono ben costruiti e approfonditi nella loro psicologia, pur non venendo mai descritti direttamente, nel senso che per loro parlano i fatti e le parole, e sono proprio questi due elementi a creare un forte alone di ambiguità in ognuno. Le tematiche trattate, tra quelle reali e quelle che si scoprirà essere solo “mimate”, sono tante e complesse: la violenza domestica e/o psicologica, lo stalking, i rapporti di pseudo/amicizia intrisi di reale potere/sadismo 2 narcisistico, la potenza devastante dei pettegolezzi di paese, capaci di rendere vero, dal nulla, ciò che vogliono sia tale. Unici difetti del libro - ma tutto sommato sono peccati veniali in un’opera molto centrata e gradevole peraltro firmata da un’autrice giovanissima - sono il superfluo finale “aggiuntivo” delle ultime pagine e, soprattutto, l’assenza di qualsivoglia attenzione al lato delle indagini e deduzioni investigative. Uno dei personaggi principali è sì un poliziotto, ma le sue scoperte le apprendiamo “in differita”, tramite le sue esternazioni alla protagonista, e mai vengono approfonditi, invece, i meccanismi logici e investigativi con cui si è pervenuti ad esse. La Konen ha, peraltro, in pugno la gestione di un romanzo complesso e pieno di colpi di scena, davvero a getto continuo nella seconda metà: notevole e piuttosto inusuale anche la sensazione, cupa e ben poco consolatoria, che rimane nel lettore alla fine dell’opera, quasi come potesse essere, ora, il suo turno di sperimentare quanto può o meno fidarsi del mondo attorno a lui.