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Un olocausto italiano

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C’è un olocausto non da molti conosciuto, perché spesso passato in sordina, quando non in totale silenzio nei libri di storia: quello che subirono tutti quei soldati italiani che, trovatisi sotto il gioco nazista nel periodo immediatamente successivo all’8 settembre 1943, da veri patrioti scelsero la strada più ardua, ossia le sofferenze, la fame, la sete, il gelo, le malattie dei campi di concentramento, piuttosto che accettare di tradire lo Stato italiano come essi lo intendevano e desideravano, ossia non quello della Repubblica di Salò e dell’occupazione militare nazista, entrambi particolarmente pressanti e insistenti nelle quotidiane richieste di arruolamento. In effetti, i Tedeschi avevano fatto in modo, con varie pressioni internazionali, che gli Internati Militari Italiani si trovassero del tutto non protetti, isolati in un totale limbo giuridico, ove non approdava nemmeno la Convenzione di Ginevra: il tutto per soddisfare la sete di rappresaglia, oltre che per sperare in un coatto rimpinguamento “in extremis” delle proprie ormai deboli e smunte fila. Probabilmente, ad attanagliare i cuori e le menti dei patrioti, fu la consapevolezza di esser stati lasciati “soli” dalle proprie istituzioni, oltre che di esser considerati nulla più che traditori dai Tedeschi, e tutto ciò molto più e ancor prima della fame, del freddo e degli stenti. Assistiamo perciò, ad esempio, al racconto di come - pur in un clima di stenti e di estrema tristezza ed incertezza - alcuni degli internati siano riusciti a organizzare un giornale che forniva notizie quotidiane di prima o, al massimo, di seconda mano; o, ancora, all’incredibile perizia tecnica di un elemento del gruppo, radiotecnico d’eccezione, che fu in grado di costituire ben due impianti radio, piccoli ma perfetti e molto efficaci, in grado di tenere al corrente il gruppo di internati di importanti notizie belliche internazionali…

Ben trentasei i racconti, in forma di prosa, cronaca o talvolta poesia con annessi anche disegni che compongono questo lavoro curato da Paolo Paganetto, amministratore della casa editrice ligure Oltre, suddiviso in tre parti: nella prima si ritraggono eventi e sensazioni della fase immediatamente successiva all’8 settembre, connotata ancora da un margine di incertezza sulla sorte degli “IMI”, gli internati militari italiani, come, nel loro gelido linguaggio burocratico, i Tedeschi definivano questi nostri compatrioti; nella seconda questa incertezza diviene per molti tragica ed effettiva sicurezza; nella terza viene invece esplorata la dimensione di vita di chi ce l’ha fatta, è riuscito contro ogni aspettativa a ritornare vivo dall’esperienza e a raccontarla ai posteri, molti dei quali nulla sapevano di quanto stesse accadendo a questo assai cospicuo numero di militari (si parla di circa 600 mila persone, oltre il70% dei quali si rifiutò di aderire all’arruolamento e venne perciò considerata, almeno nelle intenzioni, bassa manovalanza biecamente sfruttabile dai teutonici). Un racconto corale sempre cangiante nel punto di vista, pur nell’unicità della tematica, che per essere compreso a fondo va calato con precisione nella geopolitica del periodo: è il solo modo per capire che l’operazione è davvero doverosa onde poter dare voce, una volta per tutte, a uomini veri che lo Stato italiano, in quella fase, non poteva né voleva ascoltare proprio mentre costoro compivano l’estremo gesto di fedeltà alla propria Nazione.