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Un piccolo angolo d’inferno

Un piccolo angolo d’inferno

Per poter capire, iniziare a capire davvero il conflitto ceceno, la giornalista Anna Politkovskaja deve recarsi a Londra nella primavera del 2002 per incontrare un ceceno di Urus-Martan e parlare con lui di cosa sta succedendo nel suo Paese. Di chi è la colpa? Soltanto di Putin, lo zar che, pur di fronte allo sgretolamento dell’URSS, ha deciso di tenere la Cecenia nella Russia? La persona che incontra, in un contesto così lontano dalle bombe e dalle urla di Grozny, è un personaggio leggendario, Achmed Zakaev, un generale di brigata della resistenza cecena, protagonista della prima guerra cecena, ex ministro della Cultura del suo Paese e attore del trattato di Chasavjurt. Ma prima ancora del generale, Anna incontra l’uomo: sarebbe stato facile raccontarne solo la risolutezza militare e il compito diplomatico, quello di rappresentante speciale di Aslan Maschadov, presidente della Cecenia. Anna si sofferma invece sul volto teso e preoccupato di un uomo che sa che tutto è in rovina, che la sua terra è compromessa, non sarà più come prima. Dopo aver scherzato, ma non troppo, sul fatto che i libri donati ad Anna non contengono nessun veleno tossico, i suoi occhi diventano inespressivi, quasi bagnati da una lacrima: Anna gli racconta di aver visto la strada dove Achmed viveva a Urus-Martan, uno sterrato informe, ormai distrutto dal conflitto. Non è rimasto più nulla di quella vita, ma, sapendo di mentirsi, si dicono che in fondo qualcosa è rimasto. Un ultimo sguardo, poi è il momento di iniziare l’intervista...

Quello che colpisce dei libri di Anna Politkovskaja è la pulizia del pensiero, sempre equidistante fra le parti e per questo naturalmente schierato con chi subisce delle ingiustizie: inviata della “Novaja Gazeta” nel 2002 raccoglie storie e testimonianze per lasciarci un libro che travalica i limiti del reportage o del saggio, per diventare un vero e proprio manuale di giornalismo sul campo. Non le interessa raccontare le ferite aperte, non le interessa suscitare indignazione posticcia per i massacri di esseri umani, il suo obiettivo è raccontare i fatti, presentarli nel modo più vero possibile, chiarendone i motivi e le intenzioni. E lo può fare perché, come dice nella prefazione, lei vi assiste da “civile”, quindi completamente a digiuno di ogni retropensiero. Va oltre il resoconto della terribile seconda guerra cecena, perché ci introduce alla nuda e cruda storia, senza sconti. Questa seconda edizione della BUR succede ad una prima del 2008, ripresa direttamente dal testo inglese tradotto da Isabella Aguilar, a sua volta traduzione dall’ originale Vtoraja Čečenskaia, ma si arricchisce della prefazione di un’altra giornalista inviata di guerra, Francesca Mannocchi: nessuno meglio di una collega riesce a recuperare lo stile asciutto ed essenziale di chi vive la storia sul campo, di chi riesce a fare proprie le atrocità del mondo, come quelle del secondo conflitto ceceno, mantenendo il coraggio, la lucidità e l’indignazione per poterle raccontare. Perché nulla vada perso, perché la storia rimanga al giudizio dei posteri.