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Un prete contro la mafia

Un prete contro la mafia

Nominando gli Stati Uniti il pensiero corre alla tentacolare New York, nessuno penserebbe a Palermo. Invece, Stati Uniti è la zona più povera del quartiere Brancaccio, alla periferia sud-est della più grande città siciliana. Una serie di palazzi grigi farle da sfondo, ad ogni angolo uno spacciatore e di spazi verdi per i bambini neanche l’ombra. In tempi passati quella zona era un agrumeto, abitato da contadini, collegato alla città da una strada tortuosa come una mulattiera. È proprio lì che abitano i Puglisi, Carmelo e sua moglie Giuseppina, ormai prossima al parto. Il 15 settembre 1937, dopo una corsa all’ospedale, nasce Giuseppe detto Pino, che la mamma vuole subito battezzare. Gente semplice, i Puglisi. Giuseppina, orfana di padre, viene allontanata dalla famiglia dal secondo e dispotico marito della madre e affidata alla nonna. Poi la riprendono a dodici anni per mandarla a lavorare come bambinaia di giorno e da una sarta la sera. I soldi non bastano mai e mentre i suoi fratelli possono andare a scuola, lei non può. Però guarda, osserva e impara da sola a leggere e a scrivere. Carmelo, figlio di un ferroviere di Brancaccio, è un ragazzo moro, magro e un po’ timido. I due si incontrano, si piacciono, arriva il fidanzamento e poi il matrimonio. Vanno a vivere a casa di lui a Palermo, con un’ingombrante suocera a controllare la giovane sposa. Giuseppina insiste e alla fine Carmelo si convince. Prendono un appartamento a Brancaccio, nel cortile Faraone, dove il piccolo Pino muove i primi passi...

Un prete contro la mafia. Storia di Pino Puglisi, dei suoi ragazzi e di Brancaccio è l’esordio per Danilo Procaccianti nella narrativa per ragazzi. È una storia importante: secondo Procaccianti bisogna narrare solo se si ha davvero qualcosa da dire e Pino Puglisi è un ottimo argomento non solo per i più giovani. Il libro inizia con qualcosa di personale. Nell’introduzione l’autore racconta il suo primo approccio con la mafia. Nel marzo del 1993 gli alberi di ulivo della casa in campagna della sua famiglia, poco fuori Piazza Armerina, erano stati tutti abbattuti e una croce di legno era stata messa sotto il muretto dell’entrata. Un avvertimento di stampo mafioso per suo padre, responsabile dell’acquedotto comunale. Forse aveva detto qualche no di troppo. È quel tipo di mentalità intimidatoria, che vuole sottintendere: “Oggi è toccato agli ulivi, domani potrebbe succedere a qualcuno di voi”. Pochi mesi dopo, nel settembre del 1993, don Pino Puglisi viene ucciso a Palermo con un colpo di pistola. Danilo ha sedici anni, ricorda bene le stragi del 1992 di Capaci e via D’Amelio: per i giovani siciliani quello è un periodo particolare. Il dramma di queste morti porta al risveglio delle coscienze, un moto popolare dal basso. È come se tutti i siciliani si guardassero in faccia e dicessero: “Adesso basta”. Pino Puglisi, sacerdote e insegnante, rifiutava l’etichetta di prete antimafia. Era un prete che sì combatteva il fenomeno mafioso, ma così come combatteva la povertà, l’abbandono scolastico, il degrado sociale. Tant’è che la prima battaglia di don Pino a Brancaccio è stata quella per avere le fogne. La mafia pescava in quel lago di degrado e abbandono, dove lo Stato era completamente assente, attirando nelle sue spire i più giovani. L’esempio a cui tendere, per loro, era solo il mafioso con l’orologio d’oro e i soldi in tasca che vedevano al bar. Don Pino questo lo aveva capito e si era attivato per offrire un’alternativa a questi ragazzi. Un altro tipo di esempio andava fornito a loro e anche alle famiglie. Ci riuscì talmente bene da venir ucciso. Lo scopo primario di questo libro per Procaccianti è quello di far capire ai ragazzi cos’è e come funziona la mentalità mafiosa. Forte della sua formazione personale e del suo lavoro di giornalista d’inchiesta, ha trattato e tratta spesso temi di mafia e di criminalità organizzata. Con uno stile limpido, concreto e scorrevole, la vita di don Pino Puglisi viene raccontata al lettore senza trascurare il quadro sociale e politico di quel periodo. Se negli anni Novanta la mafia stragista era sempre sui notiziari, oggi, che spara molto meno, lavora sottotraccia, nelle società quotate in Borsa, i giovani conoscono solo la mafia delle fiction e sono indotti a pensare che non esista più. Così non è. Per spiegare ai ragazzi la mentalità mafiosa Procaccianti usa la metafora del bullismo: chi bullizza è il cattivo, chi si gira dall’altra parte è l’omertà, le figure istituzionali che non si accorgono del fatto rappresentano lo Stato. Fare gruppo insieme per denunciare ogni forma di prevaricazione, solo questo può aiutare. L’augurio che Daniele Procaccianti fa ai giovani è: “Siate dei meravigliosi rompiscatole così come lo è stato Don Pino”.