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Un seme di umanità

Un seme di umanità

Stendhal, all’anagrafe Henri Beyle, nacque in una famiglia della borghesia provinciale ma in spregio al bigottismo reazionario dei genitori fu fervente repubblicano. Malgrado l’influenza esercitata su autori come Balzac e Tolstoj, la sua fortuna fu soprattutto postuma e dovuta alla riscoperta quasi mezzo secolo dopo la morte... Nipote di un maggiordomo e di una governante del deputato Crewe, Dickens è autore oggi fondamentale ma che in vita non ebbe il meritato successo. La sua opera ha compiuto “un’anatomia della società”, e per il filosofo Lukács è al livello dei grandissimi realisti dell’Ottocento... Quando l’anno orwelliano del 1984 era alle porte, ci si interrogava sulla maggiore opera dell’autore britannico, nato Eric Arthur Blair: aveva sbagliato tutto? O i nefasti presagi della sua distopia erano sostanzialmente stati rispettati dalla realtà? Di certo all’uscita il romanzo ebbe un uso politico fin troppo esasperato, tanto che divenne “superarma ideologica nella guerra fredda”...

Il classe ‘31 Piergiorgio Bellocchio, già fondatore insieme a Grazia Cherchi dei “Quaderni Piacentini” che ha poi diretto per un ventennio, nonché direttore con Alfonso Berardinelli di “Diario” (che Quodlibet ha di recente ristampato), ha scelto di raccogliere in Un seme di umanità pezzi di contenuto letterario che aveva già pubblicato altrove in un mezzo secolo abbondante di attività incessante. I contributi più datati, si pensi, risalgono a inizio anni Sessanta, e sono talvolta stati commissionati da editori come saggi introduttivi di edizioni economiche, e questo spiega il taglio breve e didascalico di alcuni brani. Nel complesso, Un seme di umanità racchiude preziose gemme di critica su autori che per stessa ammissione di Bellocchio riflettono dei precisi gusti personali, e in particolare i russi, Stendhal, Dickens, Pasolini, Orwell, Böll, Fenoglio e Bianciardi. Un aspetto, forse, merita di essere sottolineato: fra tanti scrittori di grido Bellocchio ha pensato di inserire anche Stanley Kubrick, nel capitolo in cui si mette a confronto il suo Barry Lyndon col romanzo di William Makepeace Thackeray che lo ispirò. La scelta è motivata nell’introduzione, e affonda le sue radici nel riconoscere il cineasta come un narratore formidabile, che per le sue doti e l’impronta autoriale forte merita a pieno titolo di trovare posto anche in un volume di critica letteraria. Scelta forte, quella del critico, che sentiamo tuttavia di condividere.