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Un uomo felice

Un uomo felice

“Tutti i giorni son giorni in mare / povero pescatore / grumi di carne come una fune maldestra / lanciato sulle onde / vuole afferrare terre lontane / oggetti luminosi / anche solo i finti sorrisi del sole / ma afferra solo assi di legno marce: / capanne, barche e bare / dorsi di pesci migrano in branchi / senza fine e senza inizio / della giovinezza solo si può dire / quanto sia fragile”. Può bastare questa composizione del 1984, intitolata In mare, a riassumere temi, atmosfere e talento del poeta cinese Hai Zi, la sua specifica combinazione tra interesse per la natura (e i suoi elementi) e la disillusione nei confronti delle aspettative sociali, sentimentali ed esperienziali (il pescatore, qui, non è altri che il giovane, inteso sia in senso autobiografico che universale). Va chiarito che la poesia in questione è una delle meno criptiche della selezione Un uomo felice, ma che pur non essendo forse rappresentativa si presta a fare da apripista al lettore italiano. Procedendo nella raccolta il senso di scoramento, al limite del nichilismo, è ribadito da immagini come “Uccello con un’ala, perché vuoi volare?” o “Quei fiori solitari / solo le labbra perdute della primavera”, sintomatiche di certo senso di inadeguatezza alla vita. Il poeta ritrova una sua serenità soltanto in una proiezione idealizzata e bucolica di una vita epurata dalle pressioni sociali, come in Villaggio: “Nel villaggio abitano / madre e figlio / il figlio tranquillo cresce / la madre tranquilla osserva. / Tra i fiori d’amento / il villaggio è una barca bianca / le mie sorelle si chiamano fiori d’amento / le mie sorelle sono splendide”; qui il giovane si ricongiunge con il creato tramite un sentire quasi francescano. Mentre in una delle ultime poesie scritte prima di morire, l’autore imprime tutta la propria orgogliosa e vitale solitudine: “in Primavera, Hai Zi selvaggio e dolente / rimane questo solo e ultimo / figlio della notte, immerso nell’inverno, ad ammirare la morte / e si aggrappa forte al suo campo, vuoto e freddo, / senza poterne uscire”. Si tratta, va ribadito, di alcuni dei versi più accoglienti di un autore di sicuro talento ma spesso anche criptico e imperscrutabile...

In patria Hai Zi è molto più che un poeta: è un simbolo. Un’informazione che in nessun modo vuole sminuire la qualità e l’importanza intrinseca della sua produzione, ma che va comunque tenuto a mente quando ci si appresta a esplorarla. Così come va ricordato che Hai Zi ha avuto una vita brevissima, conclusasi a soli venticinque anni con il suicidio. Nato nel 1964 in un’umile famiglia di una zona rurale, a quindici anni Hai Zi si trasferì a Pechino, a diciotto cominciò a scrivere versi e già a diciannove prese a insegnare filosofia all’università. Precoce e geniale, come autore Hai Zi cavalcava l’ispirazione dei cosiddetti “poeti oscuri”, come Bei Dao, Gu Cheng e Mang Ke, autori dissidenti che a partire dagli anni Settanta avevano rinnovato la poesia nazionale tramite l’emancipazione dalla politica e l’esplorazione di un mondo allegorico e simbolista. Hai Zi era ancora sconosciuto quando il 26 marzo del 1989, a pochi giorni dal massacro di Piazza Tienanmen, decise di sdraiarsi sulle rotaie e di andare incontro alla morte. Da quel momento la sua opera intraprese una rapida diffusione che avrebbe trasformato Hai Zi in un autore di culto, a tal punto che oggi, in Cina, “le persone affollano il suo villaggio, il luogo in cui si è suicidato, per rendergli omaggio, per piangerlo, e anche per seguirne i passi, scegliendo di lasciare questo mondo”. Come spiega il curatore e traduttore Francesco De Luca, “il suo suicidio viene considerato, oggi, un evento di estrema importanza nella letteratura cinese moderna, rappresentando quasi un ‘sacrificio della civiltà rurale’ nei confronti di una Cina sempre più materialistica e grigia”. Ma è anche vero che quell’atto estremo ha assunto un significato politico a posteriori e che, più probabilmente, fu dettato in primis da questioni personali: dominato da una sensibilità fuori dal comune, all’entusiasmo per la creazione artistica Hai Zi contrappose sempre l’infelicità sentimentale, e non si può sottovalutare il fatto che, pochi giorni prima del suicidio, il poeta avesse appreso del matrimonio dell’ennesima amata che non l’aveva corrisposto. Al contempo nelle sue poesie l’elemento amoroso appare secondario rispetto ai riferimenti alla cultura classica e a un uso sapiente delle suggestioni liriche. Eppure, secondo Li Hongwai, suo curatore in patria, pur avendo venduto centinaia di migliaia di copie, tutt’oggi Hai Zi è poco conosciuto, poiché troppo spesso i suoi libri vengono acquistati per essere esposte a mo’ di idolo più che per essere letti. Di certo per apprezzarlo è necessario disporre di alcune chiavi di lettura, e va detto che la raccolta curata da De Luca per Del Vecchio ne offre parecchie, sottoforma di paratesti abbondanti e dettagliati. Ma affinché l’universo di Hai Zi appaia più coerente e nitido è già sufficiente apprendere che al momento della morte il poeta aveva nello zaino quattro libri e che uno di questi era Walden di Thoreau, il filosofo trascendentalista con il quale Hai Zi condivideva l’amore per la natura, il desiderio di un’elevazione spirituale e la costante ricerca di un compromesso tra la solitudine creativa e il bisogno di calore umano.